Tutti pazzi per l’avocado. Chi c’è dietro l’ultima moda alimentare

Se il tuo panino non ha almeno una fettina di avocado, non può chiamarsi tale. E non pensare di poter fare colazione senza prevedere almeno un eggacado o uno smoothie a base della deliziosa cremina verde. Se vi manca la fantasia, non temete, Google vi snocciolerà migliaia di preparazioni che sono certa incontreranno i vostri gusti. Non c’è quotidiano che non abbia dedicato pagine e chilate di byte a descrivere proprietà e benefici di questo supercibo. Mo’ aprono pure i bar a tema e tutti a parlarne, e d’accordo che è estate e un po’ di frivolezza ci sta, ma un minimo di pudore dovremmo pur conservarlo.

È duttile, è chic ma non impegna, mangiamo avocado e diventiamo tutti più sani e più belli. Ne siamo sicuri? E soprattutto, a quale prezzo?

Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa raccontando come le coltivazioni di aguatates stiano sbranando le foreste messicane del Michoacàn. Oggi invece andiamo a vedere che cosa succede in Cile. E soprattutto che cosa ci stiamo mangiando, poi potremo tornare al nostro brunch in terrazzo. Ma almeno pensiamoci per favore. E non si tratta solo di demonizzare un ingrediente, ma di capire quale tipo di sistema alimentare vogliamo, di essere convinti che possiamo insistere per averne uno differente. E anche pensare che d’accordo toglierci uno sfizio, ma vale la pena avere un cibo quotidiano così costoso in termini di risorse e diritti?

L’occasione ce la da un bel reportage di Internazionale, firmato Alice Facchini, che qualche giorno fa ci ha raccontato senza fronzoli che cosa succede in Cile e di come gli avocados si stiano bevendo tutta l’acqua della provincia di Petorca, lasciando a secco gli abitanti costretti a soluzioni di fortuna anche per rispondere a bisogni di primissima necessità.

«Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti. E ora i fiumi si sono prosciugati, così come le falde acquifere. La gente si ammala per colpa della siccità: ci ritroviamo a dover scegliere tra cucinare o lavarci, fare i nostri bisogni in latrine o dentro sacchetti di plastica e bere acqua contaminata, mentre i grandi imprenditori agricoli guadagnano sempre di più». A parlare è Veronica Vilches «attivista, minacciata per le sue battaglie» che scrive Facchini «per innaffiare i limoni fronte casa non può permettersi di usare la poca acqua pulita che ha, così apre la cisterna dove finisce lo scarico del lavandino e della doccia, riempie un secchio e lo svuota alla base delle piante, creando grandi bolle che alla fine scoppiano in una pozzanghera color arcobaleno».

Dopo aver letto questa testimonianza, credo che il mio guacamole non avrà più lo stesso buon sapore.

D’accordo, non possiamo prenderci in carico tutti i mali del mondo, ma leggete qui che cosa succede al vostro avocado prima di trasformarsi in un delizioso manicaretto.

«Gli avocado percorrono circa 15mila chilometri per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati, lucidati ed esposti in ordine. Per conservarsi hanno bisogno di una temperatura di cinque gradi, perciò il trasporto avviene dentro celle frigorifere. Nelle piantagioni le casse vengono caricate su grandi camion che le portano direttamente ai porti cileni, per la maggior parte Valparaíso e San Antonio, dove nella rada sostano decine di navi che aspettano il loro carico.

Il viaggio per mare dura tre settimane: i cargo costeggiano il Perù, l’Ecuador, la Colombia, attraversano il canale di Panamá e poi l’Atlantico prima di arrivare in Europa, nei porti di Algeciras in Spagna o Rotterdam nei Paesi Bassi.

Lì l’avocado viene stoccato per un periodo che va dai quattro ai sette giorni in celle riscaldate dove può essere usato anche l’etilene, un gas che si diffonde nei tessuti del frutto e che ne accelera artificialmente la maturazione. Quando il frutto è pronto viene spedito con i camion in Italia, dove viene venduto come se fosse stato appena raccolto, anche se ormai è passato un mese da quando è stato staccato dall’albero.»

Non so quanto di delizioso rimanga.

Le conseguenze di tutto questo? Vi invito a leggere l’articolo molto ben scritto da Alice Facchini («L’avocado che lascia senz’acqua migliaia di cileni», Internazionale, 24 luglio 2017) che racconta dell’arroganza, dei soprusi, di un tessuto sociale sfaldato a causa di grandi imprenditori agricoli che riescono sempre a farla franca. Anche perché noi continuiamo a riempire carrelli con spensierata noncuranza. Non vi sembra arrivato il momento che qualcuno si prenda le proprie responsabilità?

Per saperne di più leggi anche quanto riporta Danwatch

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

 

 

 

 

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