Non c’è pandemia che tenga, a vincere è sempre la logica del profitto

La pandemia di Covid-19 ci ha messo davanti alle contraddizioni della società in cui viviamo, sbattendoci in faccia il modo in cui, ogni giorno, sviliamo il ruolo e l’importanza delle persone che stanno alla base della piramide sociale: quelle che garantiscono che ogni giorno sulle nostre tavole arrivi il cibo.

L’alimentazione ricopre un ruolo centrale nella nostra esistenza, su questo non c’è dubbio. Eppure, in un momento storico nel quale persino i vip, gli sportivi milionari e le popstar si scoprono non più indispensabili, non siamo ancora in grado di dare la giusta ricompensa alle persone che ci assicurano il cibo. 

Ne è un esempio lampante una notizia proveniente dal Regno Unito dove, nel bel mezzo dell’emergenza coronavirus, i lavoratori destinati a raccogliere frutta e verdura arrivano addirittura dalla Romania, a bordo di voli charter.

È la dimostrazione di come il Covid-19 non abbia modificato nemmeno un po’ la cruda logica del profitto.

La situazione nel Regno Unito

Che cosa sta succedendo nel Regno Unito, al punto da costringere a far ricorso ai lavoratori provenienti dall’Europa dell’Est? La pandemia di Covid-19 ha provocato una carenza di personale nel settore agricolo britannico? Ammesso che in parte lo abbia fatto, diamo uno sguardo ai numeri: le persone che lavorano nell’agricoltura sono meno di mezzo milione, l’1,5% della forza lavoro complessiva, un dato ampiamente inferiore a quello dei disoccupati, che sono il 4%.

Non c’è alcuna carenza di persone alla ricerca di un lavoro, insomma. Il fattore determinante è un altro: il denaro. Il ritornello è sempre lo stesso: chi è disposto a lavorare di più per meno soldi? Dev’essere stata questa la domanda che si sono fatti in G’s Growers, la multinazionale agricola che ha organizzato il primo volo dalla Romania al Regno Unito.

Per farla breve: l’industria agricola non è disposta a pagare salari sufficienti ad attrarre i lavoratori britannici, perché uno stipendio equo provocherebbe un aumento dei prezzi nei supermercati. Supermercati che, dal canto loro, sfruttano il loro enorme potere d’acquisto rivolgendosi ai fornitori che assicurano frutta e verdura ai prezzi più bassi.

Non c’entra, insomma, la tanto dibattuta presunta pigrizia dei lavoratori dei Paesi dell’Europa Occidentale poco propensi a svolgere le mansioni più faticose e meno gratificanti: c’entra invece la logica della massimizzazione del profitto. 

Non è comunque soltanto una questione di soldi: a pesare nella scelta tra un lavoratore locale e uno straniero sono anche le differenti tutele. Un cittadino britannico può più facilmente lasciare il lavoro, o denunciare alla stampa eventuali cattive condizioni sul posto di lavoro, mentre un lavoratore straniero, privo di tutele e che forse non parla nemmeno bene la lingua inglese, difficilmente potrebbe farlo.

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e fuori dal Regno Unito

Situazioni simili, in ogni caso, non si vedono soltanto nel Regno Unito. La stessa cosa, e per lo stesso identico motivo, sta accadendo in Germania. Negli Stati Uniti, invece, la Casa Bianca sta pensando di «ridurre i salari dei lavoratori stranieri impegnati nelle fattorie americane» per aiutare i contadini a fronteggiare l’attuale crisi.

Ancora una volta appare chiaro come, quando occorre abbattere i costi del lavoro, a pagarne le conseguenze siano le persone che occupano i gradini più bassi della piramide del reddito: nel caso delle offerte dei prodotti nelle corsie dei supermercati, i lavoratori stranieri.

Come accaduto spesso nel corso del XXI Secolo per diversi temi che hanno infiammato il dibattito politico, le voci di protesta si sono alzate sia da sinistra che da destra, dando vita a un’alleanza contro la globalizzazione fino a qualche tempo fa impensabile. Chi difende i diritti dei lavoratori si trova oggi dalla stessa parte della lobby anti immigrazione di stampo conservatore. Secondo voi chi ha detto che «il modo in cui si produce cibo in questa nazione dovrebbe venire ridiscusso»?

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Un gioco al ribasso molto rischioso

Tutto questo è il risultato di una corsa al ribasso che dura da decenni, ed è lo stesso principio che sta alla base della delocalizzazione di fabbriche e call center in luoghi dove la manodopera costa meno. In questo caso, però, sono i lavoratori stranieri a spostarsi nei Paesi ricchi per raccogliere frutta e verdura. La pandemia di Covid-19 e il conseguente blocco pressoché totale ai voli internazionali avrebbe dovuto, almeno in teoria, costringere l’agroindustria a rivedere la propria dipendenza dalla manodopera importata a basso costo. In realtà questo non sembra stia accadendo: come sempre, pare che ci siano regole differenti per gli individui e per le grandi imprese.

Il rischio di assistere al ritorno dei nazionalismi è concreto. Nel recente passato ne abbiamo già visti alcuni effetti concreti, come il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump negli Stati Uniti. La crisi dovuta alla pandemia di Covid-19 potrebbe ulteriormente aggravare il rischio che tornino le frontiere tra gli Stati, che si riaffacci il nativismo, che tornino le persecuzioni e vinca la paura: che il concetto di “noi contro di loro” abbia la meglio su quello di “con loro”. Il pericolo è che si rafforzi il partito di chi pensa che la causa delle sempre più accentuate disuguaglianze sociali sia responsabilità dello straniero, del diverso. L’indignazione per la mobilità sociale verso il basso è sacrosanta, ma è sbagliato e addirittura controproducente che tale risentimento si tramuti in reazioni xenofobe. Abbiamo bisogno dell’esatto contrario: di solidarietà internazionale tra chi è vittima della globalizzazione.

Slow Food si batte da tempo per la tutela e la sopravvivenza delle comunità locali del cibo, come i piccoli produttori che custodiscono il nostro inestimabile patrimonio gastronomico. Ma non sono loro le uniche vittime del sistema alimentare industriale: i lavoratori sottopagati alla base della agroindustria stanno sacrificando la propria salute, e non certo per scelta.

Non c’è niente di nuovo in tutto questo: già nel 1834 i martiri di Tolpuddle vennero cacciati dal Regno Unito ed espulsi in Australia per aver protestato contro il taglio dei salari in una fattoria del Dorset, in Inghilterra. Quella battaglia ha segnato la nascita dei movimenti per i diritti dei lavoratori, e l’eredità della loro lotta è stata raccolta da organizzazioni attive ancora oggi, come il Food Chain Workers Alliance, la Making Change a Walmart negli Stati Uniti, il Landless Workers’ Movement in Brasile e la Via Campesina, oltre che naturalmente Slow Food.

La crisi sanitaria da Covid-19 sta aggravando le difficoltà economiche delle fasce più povere della società, compresi i lavoratori agricoli e gli altri operatori della filiera alimentare: per questa ragione è importante oggi più che mai che queste diverse organizzazioni, unite da obiettivi comuni, agiscano in sinergia e rafforzino la propria collaborazione.

Il produttore Enzo Pennisi mentre trasporta il Cavolo Trunzo di Acireale, Presidio Slow Food

 

Per quanto nella situazione attuale possa sembrare difficile, tutti noi abbiamo la responsabilità di supportare gli agricoltori locali che non cercano di trarre profitto dallo sfruttamento dei loro lavoratori. Abbiamo il dovere morale di dire no, quando possibile, ai prodotti dell’agricoltura industriale e di informarci sull’origine e sulla filiera dei prodotti con cui riforniamo le nostre cucine. L’emergenza Covid-19 passerà, ma la sopravvivenza dei sistemi alimentari buoni, puliti e giusti dipende dal nostro impegno. L’alternativa è cedere il controllo a una manciata di aziende per le quali l’arricchimento viene prima di condizioni di lavoro eque, della salute pubblica e del rispetto dell’ambiente.

Jack Coulton,
j.coulton@slowfood.it

Traduzione di Marco Gritti
m.gritti@slowfood.it

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