“L’agroalimentare è tra le prime cause della crisi climatica” ci sentiamo sempre dire, e lo scriviamo spesso anche noi.
Ma quale sistema alimentare?
Non tutti i sistemi sono uguali, non tutte le filiere agiscono sull’ambiente allo stesso modo. Se è vero che il sistema agroalimentare è causa e vittima del cambiamento climatico, è anche vero che serve distinguere tra il lato della produzione che è causa e l’altro, diverso e opposto, che gli è vittima e si trova a fare i conti con le conseguenze dell’incuria del primo.
Caldo estivo in autunno, neve a marzo, gelate ad aprile, monsoni in primavera e siccità nel resto dell’anno sono le conseguenze con cui si trovano a fare i conti tanti produttori locali che di intensivo non hanno nulla. Ad esempio, le antiche mele dell’Etna del Presidio Slow Food.
I Presìdi Slow Food e gli effetti del cambiamento climatico
I Presìdi sono varietà autoctone e resistenti – come raccontiamo sempre – a rischio estinzione perché dimenticate o sostituite da altre più commerciali ma che oggi sono a rischio anche in quanto vittime di fenomeni climatici estremi.
Nei terrazzamenti alle pendici dell’Etna, all’interno del Parco Naturale, pochi coltivatori continuano a preservare le antiche varietà di mele dell’Etna, coltivandole in asciutta e nel rispetto del territorio, tra gli 800 e i 1.500 metri di altitudine.

«A causa della paurosa nevicata di marzo – racconta Matilde Riccioli, referente dei produttori – quest’anno non abbiamo quasi alcun raccolto. La neve ha completamente coperto gli alberi e non si è sciolta per tanto tempo rovinando i meli più bassi. Così a ottobre, il raccolto è stato di appena 100 chili, a fronte delle solite centinaia di quintali».

Forse in altre regioni d’Italia può suonare strano ma qui in Sicilia, «tra febbraio e marzo è già tutto fiorito. Infatti, ad Agrigento sì tiene, proprio a marzo, la tradizionale Festa dei mandorli in fiore. Quest’anno la neve è caduta fuori stagione sui fiori già sbocciati, rovinando la produzione».
Non è tutto. Matilde racconta che il vento sempre più forte sta rovinando i boschi che proteggono i meleti, così sempre più alberi vengono sradicati e trovati a terra. Non solo i meli ma anche i castagni più in alto, a 2000 metri. Ci sono stati poi anche gli incendi estivi che, per fortuna, hanno coinvolto la produzione ma in minima parte poiché non hanno raggiunto le altitudini dei meleti.
Al supermercato dopo 87 anni
Il più anziano dei produttori ha 87 anni: aveva cominciato a coltivare le antiche mele dell’Etna con il padre. «Lui è un riferimento per tutti noi. Quest’anno, per la prima volta in 87 anni, è stato costretto a comprare le mele del supermercato perché aveva voglia di mele. Ha raccontato di aver comprato “veleno insapore”.
In quest’occasione ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo nel coltivare le nostre mele uniche e della ricchezza nel coltivare in modo pulito. Siamo riusciti a preservare e ripiantare queste antiche varietà di mele. Ma ora dobbiamo fare ancora una volta fronte comune per combattere una nuova minaccia: non il meteo, ma le conseguenze dell’azione sconsiderata dell’uomo».

Matilde ci tiene però a condividere un messaggio di speranza: «dobbiamo restare ottimisti, non possiamo arrenderci perché se lo facciamo perdiamo il lavoro di anni e tutto ciò che abbiamo raggiunto finora. Io credo che nel futuro possa esserci un cambiamento positivo se uniamo le forze».
Nell’attesa che i governi agiscano in modo deciso e coraggioso, noi ci uniamo in una rete a sostegno dei produttori.
Quest’anno, i 100 chili raccolti sono stati destinati a Bioclin, brand italiano che da anni sostiene la biodiversità e i Presìdi Slow Food, utilizzando i preziosi principi attivi ottenuti dal recupero degli scarti nei suoi prodotti per capelli.
Anche questo significa fare rete: mettere in contatto chi crede in valori positivi come il rispetto per l’ambiente che viviamo. Insieme, abbiamo il potere di cambiare questa situazione e scegliere il futuro che ci attende.