Un mestiere antico. Un modello possibile di cura del territorio, di produzione, di alimentazione, della convivenza con gli animali, del futuro. Lo racconta il regista Walter Bencini nel suo documentario “Gli ultimi butteri”, presentato in anteprima al Biografilm Festival 2018 di Bologna e distribuito da Istituto Luce Cinecittà dal 21 giugno.
La pellicola racconta i mandriani della Maremma che portano avanti una tradizione diffusasi nei secoli in tutto il mondo. In Francia i gardians, in Ungheria gli csikós, in Argentina, Uruguay, Paraguay e Brasile meridionale i gauchos, in Venezuela gli llaneros, in Cile gli huasos, in Australia i ringers e gli stockman, in Mongolia i nomadi Wuzhumuqin, negli Stati Uniti e in Canada – ovviamente – i più famosi cowboys. Nomi diversi per definire quei cavalieri specializzati nel sorvegliare il bestiame ovunque si trovino degli spazi aperti al pascolo. In Italia accade tuttora in Maremma ed è lì che il regista ha scovato “Gli ultimi butteri”.
Il racconto per immagini si svolge ad Alberese (Grosseto) dove l’azienda in cui lavorano i cinque cowboys toscani è un esempio della forma più funzionale di agricoltura, in grado di nutrire il mondo e ridurre le pressioni ecologiche ed economiche. Una piccola fattoria che rappresenta un possibile baluardo della sicurezza alimentare, un modello di sostenibilità e un santuario di biodiversità.
«La vita dei butteri è dura – spiegano dalla casa di produzione Insekt film -. Partono al mattino presto a controllare le mandrie, conoscono le vacche una per una, si accorgono se ci sono problemi, sanno individuare una femmina prossima al parto, possono smistare centinaia di animali per trasferirli da una zona all’altra, controllano i pascoli, le recinzioni, i punti di abbeveraggio».
Il lavoro aumenta in primavera quando cominciano a nascere puledri e vitelli e iniziano le monte brade di tori e stalloni. Cinque ore a cavallo ogni giorno dell’anno, con ogni condizione atmosferica.
Un lavoro insostituibile che prosegue con l’addestramento dei cavalli, la cura degli animali, delle stalle, dei recinti e degli strumenti di lavoro come selle e finimenti.
Fare il buttero è soprattutto una filosofia di vita perché si lavora a contatto diretto con gli animali, dotati di un loro carattere, di un loro temperamento e poco avvezzi alla presenza umana. È necessario amare davvero gli animali per fare questo mestiere. E questa non è cosa che si possa insegnare.
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Andrea Garassino
a.garassino@slowfood.it