Uno dei tanti pensieri illuminanti che puoi trovare su Porthos 37

Come ho già scritto nel post dedicato ai noir di Luigi Bernardi e ai vini “caldi” e “freddi” (leggilo cliccando qui, se vuoi), le vacanze natalizie sono il periodo più adatto per le buone letture, soprattutto in tempi di coprifuochi serali che ti tengono chiuso in casa.

L’occasione ti porta a leggere romanzi (noir o gialli nel mio caso) ma anche saggi o letture “più impegnative”, come è stato con l’atteso e  meraviglioso numero 37 della rivista Porthos, diretta da Sandro Sangiorgi. Un ricercato prodotto cartaceo che racchiude 168 pagine dense di ragionamenti, racconti, emozionanti interviste e illuminanti spunti di riflessione; oltre a tutto questo ci sono i bellissimi e raffinati dipinti di Marcello Spada.

Tra le tante riflessioni che la lettura mi ha suscitato – alcune di queste saranno oggetto di prossimi post… – ne ho colto subito una, che probabilmente non è quella di “maggiore impatto” ma che a mio avviso tocca un punto fondamentale, attorno al quale ragiono da tempo; è un pensiero tanto importante quanto poco considerato, perché in gran parte inedito o poco espresso. Un pensiero forse banale ma che, a mio avviso, è invece risolutivo.

 

Non lo esprimo con parole mie ma riporto alla lettera quanto scritto da Sangiorgi, avvisandovi che si tratta di un estratto di uno scritto molto più lungo e dettagliato.

«Il vino naturale non è stato solo capace di smascherare la superficialità dei protocolli convenzionali, ma anche l’assenza di vocazione di centinaia di luoghi. Se gli anni del vino globalizzato hanno addormentato le coscienze e i palati, gli anni del vino naturale stanno tirando giù un altro velo, quello di un’equivoca concezione del luogo come generatore di qualità, quasi che il vino possa essere fatto buono ovunque

Uno dei motivi per i quali è diventato difficile bere buoni vini è da cercare anche nell’ostinazione a produrre in contesti di scarsa vocazione; e se al tempo dei vini convenzionali alcune mediocrità venivano confuse in un’espressività banale e rassicurante, adesso tutto questo non è più consentito. 

Fare un vino naturale significa sperimentare un luogo in un senso talmente unico e profondo da non poter generare confusione».

 

Più avanti Sangiorgi illumina ancora:

«Ha ragione Joly: lo spartito del terroir è la vera risorsa del vino naturale, e chi si dedica anche con amore a una coltivazione seria e a una produzione da custode partecipe, se non opera in un luogo eccellente potrebbe avere la sensazione di non farcela (e aggiungerei, anche noi abbiamo la sensazione che “non ce l’ha fatta”…), ma non deve farsene una colpa, è la pratica naturale a non perdonare».

 

Non c’è molto da aggiungere, ma solo da rileggere (una dopo l’altra, con attenzione) le parole di Sangiorgi e meditare a lungo su questa grandissima verità: i vini buoni non si possono fare dovunque. Anche se si è animati dal migliore e più sentito “spirito naturale”.

Da qualche tempo in molti amano ripetere che una delle qualità fondamentali del bravo vignaiolo – artigiano e “naturale” – è l’osservazione, la capacità di operare una buona e sapiente lettura del territorio e dell’ambiente in cui si trova a lavorare, in cui sono inseriti i suoi vigneti. Un’osservazione profonda, olistica, continua e sincera.

Bene, se hai sviluppato una buona e ricercata sensibilità nel “leggere il tuo territorio” dovresti, quando è il caso, riconoscere che “il romanzo” che hai di fronte non è dei migliori, che il posto dove tu hai deciso di fare il tuo vino – il vino che legittimamente vorresti fosse “il migliore del mondo” – non è proprio adatto alla viticoltura.

Se tu operassi in modo “ordinario”, adottando numerose diavolerie e aggiustamenti di cantina (leciti ma anche non troppo leciti), probabilmente arriveresti a mettere in bottiglia un vino “accettabile”, forse per qualcuno anche “abbastanza buono”; ma se hai deciso di operare con pratiche naturali devi considerare che questa scelta non ammette “aggiustamenti” di alcun genere, non perdona, e che probabilmente alla fine il tuo vino risulterà essere poco più che mediocre…

Pensiero – quello di Sangiorgi, e di riflesso anche il mio – crudo e diretto, ma a mio avviso ineccepibile.