Ragionando su “freddo” e “caldo”, leggendo i noir di Luigi Bernardi e bevendo un Sorbara

Come ben si sa le vacanze natalizie sono il periodo più adatto per le buone letture (di meglio forse ci sono solo i lunghi pomeriggi sotto l’ombrellone…), soprattutto in tempi di “zone rosse” in ogni regione d’Italia.

Quest’anno quindi mi ero procurato un bel pacchetto di volumi stampati da poco o di grandi classici. Tra questi mi sono riservato con cura la lettura di Atlante freddo, una trilogia criminale del grande Luigi Bernardi.

Per chi non conoscesse Luigi Bernardi fornisco una breve biografia qui sotto…

L’ho acquistato senza accorgermi che conteneva un vero gioiello: la prefazione di Tommaso De Lorenzis, uno dei più lucidi consulenti editoriali in circolazione in Italia, con cui (tanto) tempo fa mi trovavo spesso a bere in via del Pratello a Bologna.

Una ventina di pagine che ho letto e riletto, tanto mi sono sembrati illuminanti e affascinanti i ragionamenti di Tommaso. Soprattutto quando arriva al punto… (che riporto qui di seguito in maniera quasi integrale).

«La trilogia di Atlante freddo è uno dei punti più alti della produzione letteraria di Bernardi, che pesca a piene mani nella grammatica del noir per mettere in campo una schiera di poveri cristi, di sconfitti senza speranza … compone una geografia incapace di trasmettere calore, asciuttissima e spigolosa, aliena e lunare anche quando è riconoscibile, lontana anni luce dai morbidi, accoglienti contesti del poliziesco italiano…».

Per comprendere bene il ragionamento bisognerebbe aver chiaro il passaggio che c’è stato tra la prima produzione italiana di noir – molto legata ai personaggi crudi e spietati della produzione hard boiled americana e francese – , e i “nuovi gialli” che spopolano da qualche anno nelle librerie, che in genere contano – come spiega De Lorenzis – «su protagonisti di smalto, investigatori brillanti e charmant oppure teneri e impacciati, implacabili seduttori o rubacuori combinaguai, che occhieggiano al paradigma dell’eroe e si fanno garanti di un’agevole immedesimazione del lettore».

Bene, continuiamo con il pensiero di De Lorenzis.

«La mappa del Paese tracciata da Bernardi è il referto di un’autopsia, il crudo esame di un corpo ormai gelido. E non a caso nel titolo di questo volume figura l’aggettivo “freddo”. La scelta suona quasi come una scortesia, oggi che il mantra editoriale impone di “riscaldare tutto” (copertine, protagonisti, intrecci) esattamente come Duccio, il direttore della fotografia di Boris, consigliava di “smarmellare” a oltranza. “Riscaldare” significa ammiccare, melodrammatizzare, enfatizzare. In poche parole: blandire il lettore per catturarne il gusto».

Ho letto tutto d’un fiato queste righe bevendo, altrettanto tutto d’un fiato, qualche bicchiere di un ottimo Sorbara: duro, acido e tagliente come piace agli amanti di questa straordinaria tipologia di Lambrusco.

E poi ho cominciato a tradurre l’analisi letteraria di De Lorenzis in termini di critica enologica, pensando all’intramontabile discussione che da anni si snoda attorno ai vini “freddi” e crudi e ai vini artatamente “caldi” e morbidi che sembrano avere (ancora) un peso determinante nelle logiche commerciali.

Una discussione che in breve, tagliando un po’ le affermazioni con l’accetta, si può sintetizzare così: chi frequenta da tempo – con impegno e dedizione, sia per lavoro che per diletto personale – il mondo del vino in genere è attratto dalla “schiettezza” di una bottiglia di vino che, in modo nudo e crudo ma verace, esprime il territorio e il vitigno da cui proviene. Una bottiglia, quindi, dallo stile “freddo”, semplice e lineare, che non ammicca e non blandisce, ma che si fa bere in un attimo.

La massa più ampia dei consumatori, in ogni angolo del mondo, sembra invece preferire un bicchiere (al massimo due) di vino scelto in genere badando unicamente al nome del vitigno – chardonnay e pinot noir sono quelli che vanno per la maggiore… – e privilegiando un gusto “caldo”, ammiccante e morbido, tendenzialmente dolce, uguale in ogni territorio vitivinicolo, che avvolge al primo sorso ma non induce ad una bevuta prolungata (perché lo zucchero, alla fine, stanca il palato a tutti…).

Si potrebbe banalizzare dicendo che è la differenza tra coloro a cui piace bere il vino e quelli che si bagnano le labbra girando a lungo il liquido nel calice 🙂

Nonostante non appaia così evidente – soprattutto a coloro che rientrano nella prima categoria sopra esposta – ancora oggi il mantra enologico impone di “riscaldare tutto”, di “smarmellare” a oltranza, come comanderebbe il direttore commerciale di una grande cantina di ritorno da un viaggio di lavoro all’estero, battibeccando con l’enologo perché aumenti i residui zuccherini di vini già abbondantemente morbidi.

Non è un peccato, certo, ma è cosa che non fa per me; non fa per noi, mi verrebbe da dire, chiamando a correo i tanti con cui condivido spesso – per lavoro o per frequentazione amicale – l’assaggio di parecchie bottiglie.

Preferisco la crudezza e la durezza di un vino freddo ma “vero”, asciuttissimo e spigoloso, piuttosto che lasciarmi noiosamente catturare da false e artefatte morbidezze, che poggiano su residui zuccherini ammiccanti e avvolgenti quanto un’enorme pianta carnivora, “fattiapposta” utilizzando a piene mani mosto concentrato e gomma arabica.

Il mondo del vino è bello (e vario) alla stessa stregua di quello dei libri gialli e noir: ognuno è in grado di trovarci lo stile interpretativo che più gli piace, caldo o freddo che sia!

A differenza di Marylin a noi – non so se si è capito – piace freddo! 🙂

 

 

Luigi Bernardi  (Ozzano dell’Emilia, 11 gennaio 1953 – Bologna, 16 ottobre 2013)

Breve biografia, rubata in buona parte a Tommaso de Lorenzis…

Bernardi è stato una “leggenda del nuovo giallo italiano, senza il quale nemmeno esisterebbe il nuovo giallo italiano”; ha vissuto perlopiù a Bologna dove, dagli anni Settanta in poi, ha fondato riviste, collane e case editrici di culto – tra cui la gloriosa Granata Press – ha scoperto scrittori del calibro di Carlo Lucarelli e Marcello Fois, ha pubblicato i capolavori di Léo Malet e ha introdotto i primi manga in Italia.

Quindi (come direbbe Totò) “scusate se è poco!”.