La Sicilia di Tasca d’Almerita

A seguito del convegno SOStain tenutosi presso l’Università di Scienze Gastonomiche (ne abbiamo da poco parlato qui) La Banca del Vino ha ospitato una stimolante degustazione dei vini Tasca d’Almerita, la prima delle dieci aziende siciliane ad ottenere le certificazioni VIVA e SOStain, rispondendo ai 10 criteri minimi di sostenibilità, ambientale e non, che includono «il benessere dei lavoratori, la salute dei consumatori, il coinvolgimento delle comunità locali oltre ovviamente alla valorizzazione del territorio circostante, non solo l’impronta carbonica della produzione agricola o l’impronta idrica».

Ivo Basile, responsabile marketing, ci ha portati alla scoperta del “continente vitivinicolo” siciliano (si parla di 70 varietà di uve e 90 giorni di vendemmia!) attraverso i vini di cinque diverse tenute della famiglia Tasca, per toccare in lungo e in largo meravigliosi scorci dell’isola. Basti pensare che tre tenute su cinque sorgono in zone patrimonio dell’umanità Unesco, tema caldo di questi giorni…

 

Un po’ di storia.

Tutto parte agli inizi dell’Ottocento dalla tenuta storica di Sclafani – nel pieno centro della Sicilia – un vero e proprio feudo agricolo con tanto di scuola, chiesa e caserma. Un parco di 1200 ettari volti specialmente alla produzione cerealicola dove la vite giocava un ruolo ancora marginale.

Con la riforma agraria dello scorso secolo gli ettari scendono a 500 e il Conte Giuseppe Tasca decide di destinarli per la maggior parte alla vitivinicoltura. È del 1954 il primo vigneto della nuova era: nero d’Avola allevato ad alberello, tutt’ora in produzione.

Il figlio Lucio sperimenta sul finire degli anni ’70 i primi blend da vitigni internazionali; risale invece ai primi anni 2000 la terza fase del cambiamento (con l’ottava generazione di Tasca d’Almerita): la mappatura territoriale, la ricerca dei territori più vocati per ogni singola varietà in modo da individuare quali fossero le aree siciliane che esprimessero al meglio il binomio indissolubile territorio-vitigno. Da qui l’acquisizione di nuove tenute che sono andate ad affiancare Regaleali.

 

Ecco brevemente il viaggio percorso durante la serata di degustazione (e che ci augiriamo di fare molto presto dal vivo!).

 

Tenuta Capofaro, Salina

Isola vulcanica, piovosa e “tropicale” che in cinquant’anni ha subito stravolgimenti radicali. Terra assolutamente fedele a una singola varietà, la malvasia delle Lipari, arrivata ai tempi della seconda guerra mondiale quando le Eolie erano teatro di grande passaggio di soldati stranieri.

A Tasca va certamente dato il merito di aver contribuito alla valorizzazione della versione secca di malvasia sdoganando un vino prima relegato alle sole occasioni di festa.

Nel Didyme 2018 il lato sapido e “salino” della bottiglia riesce a attenuare il finale un po’ amaricante che si rischia di avere con i vini aromatici vinificati secchi. Molto versatile.

 

 

Tenuta Whitaker, Mozia

Un’isola fenicia di 40 ettari – con tanto di reperti archeologici – scoperta nell’Ottocento e divenuta poi campo sperimentale post-fillosserico, che sembra galleggiare nel bel mezzo dello stagnone di Marsala. Oggi è sede della Fondazione e del Museo Giuseppe Withaker, l’imprenditore e studioso inglese certamente noto a tutti gli appassioanti di Marsala.

Qui principe è il grillo, vitigno nato dal matrimonio tra catarratto, da cui prende acidità e verticalità, e zibibbo, che gli regala la ricchezza olfattiva. Un nome ingannevole che deriva in realtà da ariddu (acino con solo un seme) e che il tempo ha trasformato in griddu quindi in grillo.

Gli undici ettari sono coltivati ad alberello con tipico archetto marsalese. In assaggio il vibrante Sicilia Grillo Mozia 2018.

 

Tenuta Sallier de La Tour, Camporeale

In provincia di Palermo, nel pieno della Doc Monreale, sorge l’ultima tenuta – in ordine cronologico – del mondo Tasca. Anche questo era un estesissimo possedimento agricolo di fine ‘700 che oggi conta una quarantina di ettari vitati sui 70 totali.

Una storia fatta anche di matrimoni: a inizio Novecento quello che unisce i Beccadelli e i Sallier de la Tour. Si celebra poi il connubio con la famiglia d’Almerita grazie al matrimonio tra Pietro Paolo Sallier e Costanza Tasca, figlia del Conte Giuseppe. Oggi a guidare la tenuta è la nipote Costanza Chirivino.

Anche qui i grandi investimenti nella ricerca sono mirati allo studio vocazionale del territorio, e viene elevato il syrah a vitigno d’elezione. Il Monreale Syrah La Monaca 2016 è un vino importante da invecchiamento ma senza la pesantezza di un’eccessiva estrazione. Lunga vita davanti, raggiungerà in qualche anno il perfetto equilibrio.

 

Tenuta Tascante, Etna

«Non potevamo non esserci». Dopo una decina d’anni di tentativi, sperimentazioni e assaggi si è trovata la giusta linea e direzione che mettesse in equilibrio vitigni, contrade e sciare di lava. Oggi è la tenuta aziendale dove è più forte e si esprima appieno il legame vitigno-territorio di cui parlavamo all’inizio.

L’Etna Rosso Ghiaia Nera 2016 viene dalle vigne più giovani e dal prossimo anno gli si affiancheranno quattro etichette di singola contrada. È un perfetto esempio per approcciarsi all’Etna in modo fedele e didattico.

 

 

 

Tenuta Regaleali, Sclafani

«Un’altra isola, anche se è al centro della regione! Bisogna proprio volerci andare… e quelle curve sono più impegnative del mare!».

Cuore storico dell’azienda, con 380 ettari vitati, è posto in una posizione atipica e particolare della Sicilia: lontano dal mare, a ridosso delle Madonie e a un’altitudine tipica delle zone montane.

Da qui il Contea di Sclafani Nozze d’Oro, che nasce nel 1984 come regalo del Conte alla moglie Franca, e si è trasformato poi in una nuova etichetta in commercio. Particolare la composizione varietale: inzolia con un vecchio clone di sauvignon, il Sauvignon Tasca. Lo abbiamo assaggiato nella versione 2014 dove il vitigno francese non prevale nei riconoscibili toni olfattivi ma si percepisce più all’assaggio, regalando all’inzolia un finale vegetale che altrimenti non si avrebbe.

 

Invece dalle vigne più vecchie a San Lucio, gli alberelli degli anni Cinquanta di nero d’avola e perricone (che infatti si riconoscono solo quando buttano il verde nello sprint finale), nasce uno dei vini siciliani più conosciuti al mondo, il Contea di Sclafani Rosso del Conte, che a breve festeggerà i cinquant’anni di produzione.

La 2012 è molto profonda; capperi, olive nere, gelso, mandorla, ogni sorso racchiude un po’ di Sicilia.