Inside America, un focus sul vino in America con Iacopo Di Teodoro

Nato e cresciuto in Toscana, Iacopo Di Teodoro è un importatore di vino che opera negli Stati Uniti (Artisanal Cellars e Lucidity Wine Merchant). Lo abbiamo intervistato dopo “Inside America”, la masterclass organizzata da Vi.Te (Vignaioli e Territori) che ha condotto a Vinitaly insieme con il wine expert Alessandro Trezza.

Un focus sul mercato americano, sui vecchi e nuovi trend, sulla crisi dei consumi e sulle prospettive per il futuro. S’è parlato di comunicazione, della diminuzione dei consumi, di biologico e delle denominazioni di origine.

Il territorio, sopra ogni cosa.

Il rispetto del territorio è qualcosa che vado predicando da una vita, e i vini naturali hanno avuto il grande merito di accendere i riflettori sul territorio. È stato eccitante cominciare a sentirne parlare quando a Londra come a Singapore, a San Francisco come a Parigi si trovavano vini che prima potevi reperire soltanto nel raggio di 20 km da dove erano prodotti. Poi però c’è stato un cortocircuito, una deriva, perché s’è smesso di parlare di territorio e nel contempo sono spuntate aziende che ammiccavano al “naturale”, proponendo vini “funky”, talvolta puzzoni, altre volte addirittura nemmeno biologici. È finita che abbiamo praticamente perso il contatto con la realtà ed è venuto a mancare quel collegamento tra il vino e il territorio dove questo è prodotto. Il che ha creato una certa disaffezione.

I consumi di vino scendono, anche in relazione a quel venire meno del territorio che vi sta dietro. Certo, ci sono tutta una serie di considerazioni in tema di salute nella scelta di ridurre l’assunzione di alcol: eppure i cocktail vanno sempre più di moda tra le giovani generazioni. Perché?

Ero a cena con una produttrice austriaca di vini di territorio, una produttrice che stimo molto. La lista dei vini era davvero notevole, compreso quella per la mescita, ma all’ora dell’aperitivo di vino se ne vedeva davvero poco nei calici, al contrario dei cocktail. È vero, noi che siamo in un certo senso un po’ snob del vino troviamo poco attraenti le descrizioni dei vini proposti al bicchiere; tuttavia sono proprio quelle brevi descrizioni sul che cosa sia lecito attendersi da quel drink a far sì che i giovani scelgano un cocktail, invece che vino. Il consumatore sa che in quel cocktail c’è l’ibisco e dunque sa per certo cosa attendersi: e questa è una cosa tanto più vincente sul mercato americano. A prescindere dal contesto in cui si trova e dall’occasione di consumo, infatti, l’americano adora sapere che cosa ordina. Sentendo, poi, di non avere lo stesso charme e la competenza di un europeo, vuole essere guidato nella scelta. La confusione su cosa sia, per esempio, un certo vino, unita all’aver dato per scontate informazioni di cui il consumatore generico medio non è a conoscenza, è uno dei motivi per cui oggi gli americani preferiscono scegliere sempre maggiore frequenza qualcosa che non sia vino.

E poi c’è il tema dei costi: quelli del vino sono aumentati, anche questo pesa nella scelta di qualcos’altro che non sia vino?

Certo. Con la pandemia sono aumentati i costi di trasporto e dei materiali; i ristoratori hanno dovuto poi fronteggiare un significativo aumento dei salari e una maggiorazione dei costi operativi. A farne le spese sono stati soprattutto i vini “base”, il cui prezzo è schizzato verso l’alto, provocando disaffezione nella clientela. I ristoratori che hanno puntato sul “by the glass” hanno talvolta fatto scelte al ribasso sotto il profilo della qualità, e oggi non sempre con 15 dollari si riesce a bere un buon bicchiere in giro. È così che stiamo perdendo i giovani, che invece dovrebbero essere la generazione che cresce col vino come le nostre (Iacopo ha 46 anni, nda). C’è poi una situazione internazionale non esattamente idilliaca, che ha per forza di cose provocato contrazioni nei consumi per certi tipi di spese. A volta il cosiddetto OND (october, november, december) era il periodo in cui si produceva il grosso del fatturato annuale. L’anno scorso mancavano i “fuochi di artificio” collegati ai regali delle grandi aziende, per esempio; poi dopo l’uscita dei dati positivi della FED tra l’8 e il 10 dicembre, che scongiuravano il pericolo di recessione, da un giorno all’altro s’è venduto un sacco di vino.

È di qualche settimana fa un articolo di Repubblica secondo cui è biologico un vigneto su cinque, ma i consumatori non lo comprano. Ci è parsa una forzatura, e noi di Slow Wine abbiamo ribadito che crediamo al bio. Tu che ne pensi?

Nella mia esperienza di importatore ho passato gli ultimi anni a ripetere a tutti i produttori che importo qui in America che è davvero fondamentale certificarsi: il consumatore americano – lo dicevamo prima – vuole sapere, e la certificazione è un’informazione in più. Non c’è più spazio per quel “sono biologico, ma non mi certifico”, perché la gente americana vuole certezze e le cerca innanzitutto in etichetta. E ciò benché comunque la normativa americana sui vini biologici sia diversa rispetto a quella italiana, essendo rilevante l’uso di anidride solforosa in gas per potersi certificare “organic” ed essendo invece tutto il resto ricompreso nella categoria “made with organic grape”. Vero è che la nuova normativa NOP mette me ed altri miei colleghi davanti a una scelta non facile: se vuoi avere etichette del tipo “made with organic grape” è necessaria una certificazione anche per il magazzino del distributore. Una cosa davvero frustrante.

Le denominazioni di origine: qual è la percezione della loro importanza in America?

È evidente che, per come sono strutturate oggi, ci sono delle denominazioni di origine in cui il produttore non ha la possibilità di dare sfogo alla propria creatività; tuttavia la loro percezione sul mercato americano è indubbiamente positiva. Certo, mi sembra auspicabile una razionalizzazione, specie con riferimento a quelle denominazioni che non hanno il “peso”, né la valenza storico-culturale che invece hanno altre denominazioni, pur piccole ma ben più “rilevanti” sotto il profilo, per esempio, della tradizione nella produzione (penso al Carema o al Rossese di Dolceacqua, giusto per fare un paio di nomi). Il rischio è di non essere democratici nella scelta delle denominazioni da “sacrificare”, ma qualcosa va evidentemente fatto per aiutare il consumatore a meglio orientarsi nelle scelte.