Esiste un problema Prosecco?

Come ormai sappiamo tutti le colline di Conegliano e Valdobbiadene sono diventate patrimonio dell’umanità Unesco.

La notizia uscita su tutti i principali canali di comunicazione ha suscitato reazioni non univoche che hanno mischiato sentimenti di orgoglio nazionale a una rumorosa indignazione.

Era dai tempi di Brunellopoli che una notizia inerente il circoscritto mondo del vino non interessava così diffusamente la stampa generalista e il conseguente strascico dell’opinione pubblica. Le stesse Langhe, entrate nel patrimonio Unesco nel 2014, non suscitarono lo stesso interesse.

Qualche giorno fa la trasmissione radiofonica di Radio 3 Tutta la città ne parla ha dedicato un’intera puntata a questa elezione (potete ascoltarla in podcast accedendo al sito Raiplay) suscitando un coro, abbastanza unanime, di voci degli ascoltatori che criticavano questa scelta definendo l’area del Prosecco come un luogo di monocultura e un ricettacolo di veleni usati per trattare i vigneti.

Interessante a questo proposito leggere l’intervista a Carlin Petrini che, pur critico nei confronti degli aspetti più industriali della coltivazione viticola, raccoglie le intenzioni del Consorzio di tutela nel voler stimolare una viticoltura sostenibile sempre più diffusa.

Spietato invece appare l’editoriale apparso ieri sul Foglio, quotidiano diretto da Claudio Cerasa, di Camillo Langone che liquida il Prosecco come vino non buono in assoluto, calcando la mano, nel suo intervento, con il titolo “L’inganno del Prosecco” sulla prima pagina e, addirittura, “La sciagura del Prosecco” nella ripresa dello stesso a pagina 2. L’autore adopera un lessico deciso e polarizzato. Cito alcuni passi di questo scritto «Il Prosecco è alla base dello spritz e lo spritz nasce per correggere vini scadenti (non è vero affatto, n.d.r.)» e più sotto «Oltre a non essere secco (affermazione tutta da dimostrare n.d.r.) il Prosecco, proprio quello delle colline Unesco, puzza come una vecchia signora che non si vuol rassegnare». Ancora più avanti «la standardizzante monocultura del Valdobbiadene e dintorni, ben più industriale che contadina… minaccia il nostro vero patrimonio enologico, ossia la varietà…».

A parte l’ostentato ribrezzo verso il Prosecco che si respira nel pezzo e l’uso di descrittori enologici quali “femminile” in senso denigratorio come dolce e negativo (il Prosecco) e virile come secco e positivo (il Raboso o il Verdiso) che risentono di echi ingenuamente sessisti, lo scritto di Langone pecca di superficialità, la stessa di tanta stampa generalista che non conosce la complessità odierna dell’enologia italiana.

Il caso ha voluto che proprio due giorni prima della proclamazione della zona a patrimonio dell’umanità mi trovassi nel cuore della denominazione del Prosecco Docg (attenzione c’è la g) ovvero da Loris Follador di Casa Coste Piane (CCP) e Nicos Brustolin dell’azienda Nicos.

A parte la bellezza paesaggistica di queste colline fitte di boschi, ondulate dal tempo e ospitanti vigne quasi verticali che l’uomo, con il suo secolare impegno, ha saputo adattare a pendenze non banali, ho avuto modo di ascoltare questi produttori intenti a valorizzare in modo artigianale il loro luogo viticolo.

Emozionante l’incontro con Follador, il suo ricordo intimo dei grandi del vino scomparsi quest’anno come Beppe Rinaldi e Gianfranco Soldera è stato vivo e commovente. Così come lucida la sua idea di Prosecco tracciante un quadro ben diverso da quello descritto da Langone nel suo articolo e che giova riassumere. Per Loris esiste un problema Prosecco, forse addirittura irreversibile, ma non è legato alla zona di origine del vitigno, quanto a una precisa volontà politica  di allargare sempre più la zona di produzione confondendo quei confini che la storia aveva consegnato sigillando il paesaggio al vino prodotto. Il Prosecco è per Loris quindi un vino non commerciale ma, piuttosto, un simbolo dell’antica cultura enologica di Valdobbiadene.

 

 

Le sue parole mi hanno ricordato quel che successe con il nome Chianti negli anni Sessanta, ovvero di una inesorabile commistione di zone geografiche e qualità enologiche a scapito dell’identità di un territorio di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, con la differenza che sul Prosecco si sono centuplicati gli affari presto ghermiti dall’interesse congiunto di banchieri e politici in gran spolvero. L’estensione smisurata della denominazione è stata frutto di questa cieca spinta imprenditoriale. Il Prosecco esteso quindi, se pur non compreso nel patrimonio Unesco, si giova di tutta la ricaduta che l’omonimia evoca; un bel giochino non trovate? Solo il ristretto novero degli appassionati sa andare oltre il nome chiedendosi della provenienza.

Le critiche mosse a questa nomina hanno interessato indiscriminatamente aspetti molto diversi dell’universo Prosecco che non è univoco e che, come tutte le storie di successo, attiva tutti quei canali di comunicazione che, pensando di informare, in realtà alimentano una confusione dannosa alla trasparenza del messaggio che si vuole far passare.

Dire che il Prosecco fa schifo è una grande cialtroneria, ne esistono di buoni e di cattivi; dire che il territorio del Prosecco è contaminato da pesticidi è pericoloso e superficiale; dire semplicemente che l’Unesco segue soltanto interessi politici è da dimostrare attraverso precise indagini fattuali.

Occorre semmai chiedersi quale sia il nemico da combattere se l’Unesco, il Prosecco o la politica che ha portato alla situazione odierna. Oppure, per noi appassionati di vino, come al solito, andare a cercare le origini di un vino così famoso e godere degli esempi più buoni e virtuosi.

 

 

 

 

Foto da pixabay.it e casacostepiane.it