Vino, gioia di vivere e filosofia

Andare in via Lenzuolo Bianco, salendo lungo la route del sacrario di Oslavia nel mese di settembre, quando l’estate (Hot Town Summer in the city, Login Spoonful) poggia i suoi ferri roventi, anche lei come Giuseppi “stanca di essere stanca” della maledetta pestilenza, alla recherche delle prime dissetanti brezze che l’equinozio porta con sé aprendo all’autunno, la cangiante stagione del rosso bruno, è respirare a pieni polmoni poesia allo stato brado puro.

La sola vista del vigneto, un’immersione nella Pastorale del fiammingo di Bonn, scatena la gioia in un’iperbole della fanciullezza, sentendo forte che Pitagora e Aristotele potrebbero vivere lì. I georgiani kwevris e le grandi botti di rovere di Slavonia racchiudono l’uva, i suoi raspi e quel figlio suo, il vino, che Vasari avrebbe definito “maraviglioso”, lungo lentissimi giorni e notti fino a schiudersi nella bottiglia, entrare nel calice, illuminare gli occhi, penetrare addentro le narici, scivolare per tutta la bocca, avvinghiare lo stomaco, bersagliare il cervello e conquistare l’anima, il soul.

Grazie Josko, grazie vignaiolo del Collio, grazie maestro per l’insegnamento e il viaggio che ci hai fatto fare, infinito, senza fine, oltre l’orizzonte come il cinguettare dei passeri.

 

 

 

(scritto con Olivetti Studio 46 e ricopiato in redazione)