Velocità

Tentando di raggiungere il Piemonte dalla Toscana. costretto a percorrere gli unici tratti non pericolanti, così dicono, delle nostre autostrade mi sono fermato in un Autogrill che, nel cesto di metallo prima dell’uscita, aveva ammassato una cinquantina di libri Feltrinelli. Se ne avessi comprato uno, Autogrill me ne avrebbe regalato un altro.

Ho visto Luciano Bianciardi venduto a 9,99 €. La Vita Agra e le intenzioni di far saltare il sistema erano nel carrello insieme, senza offesa, a Pif. Deciso nel salvare l’anarchico ho infilato le mani nel mucchio di volumi tirando su libri a caso. Ho pescato, a un certo punto, Il Mondo sommerso di James G. Ballard. Leggendo la quarta di copertina, ho deciso di acquistare lui e quindi destinare Bianciardi a miglior esito.

 

Questa la trama riassunta dal sito Feltrinelli del libro di Ballard:

Lo scienziato Robert Kerans fa parte di una squadra di ricercatori diretta dal colonnello Riggs che ha l’incarico di perlustrare quel che resta di intere città sommerse dalle acque in seguito a una catastrofe naturale di dimensioni straordinarie. Una sessantina di anni prima delle tempeste solari hanno causato un surriscaldamento globale che a sua volta ha prodotto lo scioglimento dei ghiacci polari e quindi un innalzamento delle acque a livello planetario. Ora, con temperature roventi, tropicali anche ai poli, e in mezzo a lagune malsane, ci si trova di fronte a metropoli irriconoscibili, precipitate come sono in un’atmosfera primordiale, e ai sopravvissuti di una civiltà scomparsa, psicopatici, malnutriti, contaminati dalle radiazioni.

 

Il libro, scritto nel 1963, disegna scenari che a fine 2019 abbiamo visto proiettati sui nostri schermi con una desolata Venezia invasa dalle acque e non si trattava di finzione. Le temperature insostenibili e la terra colonizzata nuovamente da specie vegetali e animali primordiali causano una lenta mutazione nella specie umana. Una sorta di allucinazione psichica che rallenta le azioni e confonde le differenze della progressione temporale che avrà esiti drammatici per gli scienziati militari coinvolti nell’operazione.

 

L’adattamento della specie umana a mutate condizioni esterne è un tema di sicura attualità. In uno splendido libro dal titolo Tempi storici, tempi biologici (1995), lo scienziato Enzo Tiezzi analizzava la differente velocità con la quale secondo il principio dell’entropia il consumo di risorse avesse accelerato il corso del tempo storico staccando il presente biologico dell’essere umano. Tiezzi aveva previsto il dramma climatico odierno cercando il più possibile di diffondere il pensiero ecologico che oggi stiamo affannosamente imparando.

 

In viticoltura il pensiero capitalista applicato alla rinascita del settore ha permesso di accedere a risorse tecnologiche illimitate creando una curva di profitto esponenziale e aumentando, con velocità mai vista, la diffusione di una qualità generica con buona pace di un sapere agricolo custodito nelle mani dei più capaci vignaioli e delle vocazioni geografiche stabilite da secoli.

 

Si sono imposti vini di estrema omologazione gustativa sui quali si è formata una scuola di degustazione piuttosto povera di esperienza reale e totalmente fiduciosa nella classe enologica uscita dalle Università e alla quale i mercati di diffusione erano totalmente dipendenti. La scomparsa repentina della figura del vignaiolo non interessava praticamente a nessuno, tanto la velocità con cui il vino si affermava come moda mondiale tracciava un quadro idilliaco per tutti i protagonisti di questo settore .

 

Con lo scorrere del tempo la crisi economica e poi quella climatica hanno generato molta diffidenza nei modelli imposti. Alla velocità della luce i nuovi media permettono la diffusione capillare di idee embrionali, globalizzando le intimità di luoghi remoti e diffondendo ovunque i pensieri dilettanti di ognuno di noi. La nuova generazione di produttori di vino, seguendo l’idea capitalistica dei predecessori, ha trovato nuove sacche di mercato adesso più raffinato e soprattutto attento alla sensibilità ecologica.

 

Con la stessa velocità degli ultimi trenta anni si sono diffusi oggi vini di impianto diverso rispetto ai modelli enologici passati riportando al centro la figura del vignaiolo, esaltando la leggerezza gustativa e la viticoltura perlomeno biologica all’origine. Eccoci in un baleno arrivati a un altro polo del percorso enologico; sempre senza esperienza gli assaggiatori oggi vogliono essere rassicurati sulla viticoltura svolta, sulla minima distanza tra il vignaiolo e la bottiglia in tavola e l’assenza totale di additivi e coadiuvanti nel proprio bicchiere.

 

Il libro di Corrado Dottori pubblicato da poco da Derive e Approdi dal titolo Come vignaioli alla fine dell’estate individua molto bene il paradosso connesso all’affermazione di un vino artigianale, distante dal mondo che ci circonda e ubbidiente a protocolli enologici, magari diversi da quelli di una decade fa, ma essenziali a intercettare un gusto corrente. Ecco un importante passaggio del libro già riportato nella recensione del libro apparsa qualche tempo fa su Slow Wine.

 

“Nel momento di un apparente successo, commerciale e culturale, siamo esposti al grave rischio del riassorbimento nei canoni, del riallineamento al potere. Ma l’esaurimento delle risorse naturali primarie, legato ai limiti chimico-fisici del pianeta, non fa che mettere la questione dell’agricoltura e della terra di nuovo al centro della storia del capitalismo: dalla terra si è partiti, con le recinzioni delle proprietà collettive, alla terra si ritorna. È il momento di uno scontro che deciderà non solo le sorti dell’attuale sistema economico-sociale, ma la stessa sopravvivenza della vita umana sul pianeta” e, subito sotto, “Di fronte a tutto questo o anche il mondo del vino naturale sarà in grado di guardare davvero in faccia la catastrofe ecologica, di sedersi sull’orlo dell’abisso per poi cambiare strada, o si riduce solo a una fuggevole e narcisistica sbicchierata tra amici“ (pagine 212-213).

 

Il nostro rapporto con il vino appare un’inezia di fronte alla catastrofe che abbiamo provocato. Eppure è mettendo in discussione (sacrificando) certi comportamenti di consumo che possiamo realmente tracciare una linea tra un prima e un dopo, cercando ancora una volta di adattare la nostra specie a condizioni emergenziali. Distribuzione, consumo, spreco di energia, ogni elemento dannoso di un mondo ricco e pieno di benefici dovrà essere valutato con lentezza e giudizio ecologico pesandone l’impatto. A cominciare dai punti nevralgici della filiera: quello produttivo, quello distributivo e quello, per la verità già in via di estinzione, critico.

 

Foto di copertina tratta dal sito A Compass for Book