Trebbiano. Una storia universale, il libro di Giovanni Solaroli

C’era bisogno di un libro sul trebbiano? Forse sì, di certo era questo il momento buono per pubblicarlo e cominciare a smontare qualche preconcetto.

Non che manchino le fonti storiche al riguardo, ma un compendio che facesse sintesi dei fondamentali e aggiornasse geografia e stato dell’arte all’oggi in modo agevole, pratico, e con un linguaggio scorrevole, non c’era e torna utile per comprendere come questo vitigno presente a diverse latitudini e altezze, sotto una molteplicità di nomi e varianti ampelografiche, in un certo senso può rappresentare la spina dorsale della produzione vitivinicola italiana. Forse è stata la sua stessa ubiquità a renderlo invisibile, ma ora i tempi sembrano essere cambiati.

A raccontarlo ci ha pensato il sommelier e degustatore di lungo corso, romagnolo, Giovanni Solaroli, che ama le storie dei vitigni della sua terra (già lo aveva fatto con l’albana) ma che in questo caso ha necessariamente dovuto allargare il campo geografico, perché come titola il volume il trebbiano è “una storia universale”.

Sfruttato e snobbato sicuramente per tutto il secolo breve, considerato un vitigno “da quantità”, tendenzialmente neutro e dunque a lungo utilizzato per tagli o vini anonimi da tavola, il trebbiano negli ultimi vent’anni è entrato nell’orbita delle scelte di vignaioli con lo sguardo lungo, e talvolta consorzi altrettanto lungimiranti, che hanno ribaltato il vecchio paradigma. Hanno ridotto le rese in vigna, osservato i territori di cui il vitigno legge con precisione i tratti, lavorato nel dettaglio in cantina, ridandogli dignità.

Ma parlare di trebbiano al singolare è di per sé riduttivo. «Sapevo che ce ne erano molte varietà ma che quella dei trebbiano fosse una famiglia così variopinta non lo immaginavo nemmeno io – racconta Solaroli –. La diversificazione rappresenta il risultato di un processo evolutivo lungo in cui ogni territorio ha selezionato e favorito le caratteristiche che meglio si adattavano ad esso generando biotopi differenti con personalità distinte». Il Vitis international variety catalogue citato nel volume di Solaroli alla voce trebbiano elenca 96 cultivar e ancor di più sono i nomi con cui l’uva viene chiamata in maniera differente, segno del legame stretto con ogni singolo territorio e relativa tradizione locale.

Tracciata dunque una mappa italiana dei trebbiano, analizzate genesi e parentele, caratteristiche distintive e stili di vinificazione, Solaroli tratteggia una puntuale geografia dei territori, regione per regione: Abruzzo, Toscana, Veneto Soave e Lugana, Romagna, Emilia e in particolare il trebbiano modenese destinato all’aceto balsamico tradizionale, il piacentino della Val trebbia, quello marchigiano o spoletino, fino al Lazio e qualche incursione più a sud, senza tralasciare una capatina nella Francia dell’ugni blanc e del Cognac, passando per Spagna, Portogallo, fino all’Australia e al Sudamerica. Suggerendo anche le cantine di riferimento, una scelta utile per ogni viaggiatore del vino. «Posso dire che fra i territori che in questi ultimi 10-15 anni ha fatto passi da gigante su questi bianco c’è la Romagna. Non ho voluto fare una classifica, o dare dei giudizi, per questo ci sono le guide – racconto ancora Solaroli –, però ho voluto suggerire dieci vini imperdibili che secondo me riabilitano il Trebbiano, e tanto per sfatare un altro pregiudizio non ci sono solo vini di collina buoni, ma se ne trovano anche in pianura».

Trebbiano, una storia universale
Giovanni Solaroli
Società Editrice Il Ponte Vecchio
pp. 240, euro 20

[credits ph Mauro Monti]