Selvapiana in verticale: oltre la storia

Esistono aziende in cui i concetti di territorialità e potenziale evolutivo non sono intenzioni espresse, ma prove evidenti della storia vitivinicola. Luoghi indenni dalle mode passeggere e per questo punti di riferimento per chi ricerca nei vini il carattere dell’appartenenza. Rimaniamo sempre più affascinati dal mondo di Selvapiana, fattoria simbolo della storia viticola toscana. Con impressionante continuità e gradevole misura Federico Giuntini riesce a produrre vini splendidi per serbevolezza e longevità, paradigma del Sangiovese di Toscana.

A Selvapiana il senso della storia non viene sfacciatamente esibito ma , con misura, si svela attraverso le parole e i vini. Fattoria di Selvapiana è la stella polare della Rufina e, di questa denominazione, rappresenta la continuità col passato e un modello per il futuro. Incontrare Federico Giuntini restituisce l’esatta dimensione della classicità declinata nella volontà di promuovere il proprio territorio attraverso la realizzazione di vini eccellenti.

La straordinaria occasione di ripercorrere la storia di Selvapiana in una verticale imperdibile ci è stata offerta da uno dei tanti Laboratori del Salone del Gusto. Guidati da Federico, abbiamo compiuto un vero e proprio viaggio nel tempo. Le annate presenti erano: Chianti Rufina Riserva 1958, 1964, 1968, 1978 e Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1982, 1990, 1996, 1999.

Ecco le note di questa emozionante degustazione:

Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1999
Cupo nella sua espressione olfattiva; un tocco di legno poco filologico nell’esperienza personale di questo vino segna la linea aromatica. Bocca reattiva, sanguigna e ampia. Tannino scalpitante di bella grana al servizio della materia.

Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1996
Un vero e proprio 1996: enigmatico. Ne capiamo l’attesa ancora non risolta, di un potenziale certo ma non ancora svelato. La tensione che innerva naso e bocca è il segno del tempo prematuro. Un vino che preannuncia la fuga dal tempo, oscuro ora per noi che siamo del presente.

Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1990
Aperto, cedevole e di frutto. Un vino pronto, quasi grasso nel suo percorso gustativo. Il 1990 è l’annata del presagio, anno in cui il calore benedetto per la maturazioni del sangiovese in Rufina annunciava le caratteristiche del vino futuro.

Da ora in poi si entra in un campo mistico dove la riuscita di una bottiglia si lega, oltre ai normali parametri produttivi necessari alla qualità di un vino, alla capacità ancestrale dei contadini, alla fortuna di una conservazione ben riuscita, alla lungimirante volontà di un’azienda di raccontare la propria storia attraverso la tangibilità di una bottiglia.

Chianti Rufina Riserva 1978
Ultima annata della Riserva Rufina, dal 1979 chiamata Bucerchiale. Un vino con il quale avevo già avuto qualche piacevole incontro e che rivela al nuovo assaggio un classe straordinaria. Florealità e spezia che anticipano un corpo aereo e sussurrato ancora integro e ricco di sapore.

Chianti Rufina Riserva 1968
Qui ancora la malvasia e il trebbiano, uve a bacca bianca, intrecciavano la vinificazione del sangiovese. Un cenno evolutivo ma composto e ancora al servizio della piacevolezza. Grintoso, scattante il palato, ricco di acidità che ne percorre l’intero tratto gustativo.

Chianti Rufina Riserva 1964
Anticipato già da due annate meravigliose non si può certo parlare di sorpresa. Eppure non si può fare a meno di sorridere felici all’assaggio di questo vino la cui espressione aromatica si libra leggera e sicura sulle ali di una volatile mai invasiva. Grana tannica rustica ma non importa per un bicchiere capace di testimoniare la storia di un luogo.

Chianti Rufina Riserva 1958
Il ’58 ci scaglia con violenza verso un’epoca remota. Qui la vinificazione era giocata sulla vera e sola esperienza contadina. La maturazione si sentiva in bocca. Un vino ancora presente, evoluto, ma ancora capace di riverberare note di buccia d’arancia, cannella candita e tabacco. Palato impressionante per rigore e compostezza. Monumentale.