Salviamo il paesaggio: vigneti e vini a rischio

L’importanza della biodiversità e della sostenibilità, la tutela del paesaggio, la riscoperta dei saperi tradizionali sono i temi emersi nel Laboratorio Salviamo il paesaggio: vigneti e vini a rischio, che si è tenuto domenica 28 alle ore 17.

 

In parallelo alla grande degustazione di Slow Wine, quattro vignaioli in rappresentanza di altrettanti territori e esperienze di resistenza contadina a difesa del paesaggio, hanno raccontato di battaglie, sfide, intimidazioni, minacce e, in alcuni casi vittorie contro logiche di speculazione che accomunano i paesaggi agricoli italiani.

 

Heinrich Mayr, dell’azienda Nusserhof, ha testimoniato la sua vera e propria prova di resistenza che va avanti da vari decenni contro l’espansionismo edilizio della città di Bolzano. Un racconto, a tratti commovente, fatto di espropri, ricorsi legali, estirpazione di vigneti, annullamento di fette di terreno a vantaggio del cemento, ma anche di coraggio, caparbietà, senso della misura, comprensione e forte radicamento al territorio. Tra i vini assaggiati, oltre all’ottimo Elda 2009 (grande espressione di schiava), segnaliamo il Blatterle 2010, vino bianco di grande profondità da vitigno autoctono, emblematico e coerente, era la prova tangibile di un’altra resistenza di Heinrich e della moglie Elda contro le logiche oscure di annullamento di questo vitigno dall’albo delle varietà ammesse. Un vino che racconta il percorso, anche qui frenato da sequestri e ripercussioni, a favore del mantenimento di questa prova tangibile di biodiversità viticola altoatesina.

 

Marinella Camerani, dell’azienda Corte Sant’Alda ha raccolto la voce dei produttori della Valpolicella e le battaglie contro il cementificio di Fumane. Una battaglia vinta, almeno in parte, a favore della cultura agricola e dell’economia vitivinicola della Valpolicella. Con i suoi vini, il Soave 2011 e il celebre Amarone della Valpolicella Mithas 2006, ha raccontato i volti di queste due importanti denominazioni venete e la centralità che il paesaggio viticolo ha nell’affermazione del prestigio internazionale di questi due grandi vini italiani. Una nota di merito al Soave che segna la sensibilità contadina di Marinella che, in una zona “mista” in cui Valpolicella e Soave si sovrappongono, ha preferito privilegiare la vigna di garganega presistente rispetto alla pratica comune del sovrainnesto a uve rosse per la produzione di Amarone.

 

Alessandro Bonsegna, della Cantina Bonsegna, ci ha parlato del lato oscuro dell’energia verde e della forte strumentalizzazione degli impianti fotovoltaici, responsabili di una demolizione del paesaggio. Un racconto mosso da grande fervore e anche da un briciolo di orgoglio di fronte ad una battaglia vinta. Portabandiera della doc Nardò, Alessandro con i suoi due vini proposti, il Nardò Danze della Contessa nelle versioni Rosato (2011) e Rosso (2010), ha tirato una lancia contro la strumentalizzazione del fotovoltaico e il forte danno al turismo e all’economia viticola. Convinto, come tutti, della necessità di trovare alternative alle fonti energetiche tradizionali, ha ribadito l’importanza di “partire dal proprio tetto” ovvero da una politica di sensibilizzazione individuale che ottimizzi spazi già edificati senza bisogno di sottrarre fertilità e bellezza all’agricoltura.

 

Flavio Castaldo, dell’azienda Contrade di Taurasi, ha illustrato l’opera di mantenimento della cultura viticola e del paesaggio locale caratterizzata dalle starsete, pezzi di archeologia contadina di cui esiste ampia traccia nel territorio di Taurasi. Si tratta di un metodo tradizionale in cui le vigne sono sorrette da pali o da alberi bassi che insieme ai vitigni autoctoni ad esso associati, definiscono specifiche unità paesaggistiche che nel loro insieme costituiscono un vero e proprio patrimonio tradizionale. Un patrimonio, purtroppo, a rischio di estinzione ostacolato da politiche di espansionismo edilizio. Il Greco Musc’ 2010, assaggiato durante in laboratorio a fianco del grandioso Taurasi Vigne d’Alto 2007, è emblema dell’abbandono e dell’indifferenza, ma anche della nostalgia e del recupero. Un vino intrigante che segna il cammino in salita a favore della cultura viticola locale. Lavoro che oggi, per fortuna, coinvolge una squadra di aziende, oltre alla condotta Slow Food, e che trova voce nel progetto “Chicchi di memoria Irpina”, iniziativa contro il fenomeno di semplificazione e impoverimento del paesaggio rurale.

 

 

Tutti i temi affrontati durante il laboratorio sono approfonditi nel numero 53 della Rivista Slowfood. Clicca qui!