Restituire vita: la Cooperativa Agricola Sociale Calafata

Ormai impossibilitati a organizzare nuove serate di degustazione in presenza presso la Banca del Vino di Pollenzo, vi raccontiamo come è andato l’incontro che ha visto protagonisti Daniele Tuccori e Maik Tintori della Cooperativa Agricola Sociale Calafata. A moderare la degustazione sono stati Fabrizio Gallino, collaboratore di Slow Wine, e Alberto Farinasso di Velier-Triple A.

degustazione calafataNato nel 2011, il progetto si impegna principalmente a dare opportunità lavorative a persone svantaggiate. Parliamo di marginalizzati, ex tossico-dipendenti, rifugiati e immigrati. Tutti quei soggetti che, nel lavorare la terra, possono trovare un modo per tornare a vivere.
Lo stesso nome “Calafata” riunisce in sé tale scopo di promozione sociale e di inclusione lavorativa. I mastri calafati erano gli addetti a “salvare” le imbarcazioni, effettuando lavori di manutenzione e tappandone i buchi, per dar loro nuova vita. È un po’ questo anche il senso della Cooperativa: un’occasione di crescita e di riscatto.

Calafata è situata in un territorio, quello lucchese, in forte crescita per quanto riguarda il settore enogastronomico. Da qualche anno, infatti, un gruppo di giovani produttori, riunitosi sotto il marchio LuccaBioDinamica, opera per far emergere un territorio, piccolo quanto ricco, come la Lucchesia. Un distretto a cui Calafata, con i suoi 8 ettari vitati a conduzione totalmente biodinamica, non poteva che aderire.
Oltre il vino, sono tanti i prodotti offerti e i progetti a cui aderisce la Cooperativa, ci raccontano Daniele e Maik: possiedono anche uliveti, un meleto e 8 ettari di un potenziale orto. Inoltre, sulle dune della spiaggia della Lecciona, si dedicano alla produzione del miele “di spiaggia”. Tra i progetti, invece, ci parlano di “Conserve”, un tentativo di recuperare le eccedenze ortofrutticole, e P’Orto, un servizio di consegna a domicilio di verdure. Dati gli innumerevoli sforzi di conservazione della biodiversità e di tutela e valorizzazione dell’ambiente, amano definire se stessi non più “Azienda Agricola”, bensì “Soggetto del Territorio”, capace di coniugare la qualità dei prodotti e il rigore richiesto dalla terra.

calafata

Mettere su un progetto del genere non è stata certo un’impresa semplice. Solamente a  livello burocratico, dar vita a un progetto sociale richiede pratiche lunghe e complesse. Inoltre, nessuno degli ettari con cui hanno iniziato la produzione è stato acquistato. E, ancora adesso, i terreni continuano a essere in affitto. La metafora dei mastri calafati ritorna viva; si tratta di appezzamenti abbandonati e recuperati.

Il progetto, infatti, nasce dai vigneti storici di Lorenzo Citti, azienda lucchese che da tempo era stata lasciata a se stessa. I tre soci di Calafata, avendo ben intuito le potenzialità di questi terreni antichissimi, ne hanno ampliato la superficie vitata in brevissimo tempo. Le due vigne principali (Majulina e Mulerna), collocate a 150 metri di altitudine, sono completamente a conduzione biodinamica, nonostante la Cooperativa possieda soltanto la certificazione biologica. Entrambe a ovest del fiume Serchio, si sviluppano su suoli argilloso-calcarei; trattandosi di vigneti misti e non monovarietali, hanno una maggiore resistenza alle malattie e, di conseguenza, hanno meno bisogno di trattamenti.

 

I VINI DEGUSTATI

 

vini calafata

 

Gronda 2018

Un blend di vermentino (70%), trebbiano (20%) e malvasia (10%) dà vita al Gronda, una insolita espressione del classico vermentino; a partire dal colore, atipicamente dorato. In un primo momento la beva sembra semplice, ma lo è solo in apparenza. Ci troviamo a Vigna Maulina, la più antica di tutta la proprietà; ha persino resistito alla fillossera. Grazie alla esposizione a ovest e all’origine marina dei terreni (in parte argillosi, in parte sabbiosi), al gusto il vino colpisce per una caratteristica nota sapida, facilmente scambiabile per ossidativa.

 

Scapigliato 2019

Vino “da merenda”, così è stato definito dai suoi stessi produttori. Si tratta del risultato di un blend di molteplici varietà a bacca rossa, tra cui sangiovese, ciliegiolo, malvasia rossa, lanaiolo e aleatico. Il 30% è però rappresentato dal moscato d’Amburgo, un vitigno storico delle colline lucchesi che, tuttavia, solamente da tre anni è consentito vinificare. Le caratteristiche che colpiscono al primo sorso sono freschezza e acidità, accompagnate da intensi sentori fruttati e vegetali e chiuse da un tannino non aggressivo che lo rendono piacevolissimo e divertente.

 

Iarsera 2018

Lo Iarsera è il trionfo del sangiovese in purezza. Il tannino è qui ben presente, spigoloso e scalpitante, nonostante la breve macerazione che dura al massimo 3 giorni. Sia al naso che al palato troviamo ricordi nettamente floreali e speziati. La croccantezza del frutto rimane intatta, probabilmente grazie all’affinamento in cemento, a cui segue un passaggio in botte grande.

 

Colline Lucchesi Majulina 2016

Da uve sangiovese, canaiolo, ciliegiolo e aleatico (impiantati su un’unica vigna di oltre 50 anni a piede franco) nasce il Majulina. Un risultato sicuramente complesso, capace di esprimere al meglio il territorio da cui ha origine. Iniziamo la mini-verticale con il 2016. Un vino ancora molto giovane ma, al tempo stesso, incredibilmente piacevole. Al naso si avverte subito una forte pungenza, confermata a pieno titolo con l’assaggio. Non manca però di freschezza e sapidità, il tutto sorretto da un’ottima struttura.

 

Colline Lucchesi Levato di Majulina 2014

L’annata 2014, difficile e avversa a tutti i viticoltori italiani, ha dato vita a un Majulina decisamente più sapido rispetto alle altre due annate in degustazione. Note di frutta rossa si combinano a sentori floreali e speziati, presentando tutta l’eleganza di questo vino mediamente strutturato ed emozionante.

 

Colline Lucchesi Levato di Majulina 2012

Concludiamo la serata con l’annata 2012. Il tannino, con gli anni, si è arrotondato. Il vino ha decisamente acquisito maggiore finezza, conservando la nota sapida e balsamica.