Report e i “piccoli chimici”: il vino, il dito, la luna

Report piccoli chimiciPiccoli chimici, la puntata di Report sul vino: un’occasione persa per far emergere cose importanti (e pesanti) a beneficio dei consumatori.

A dirla tutta ormai ci eravamo un po’ abituati, anche con una certa dose di fastidio interiore, al fatto che una delle ultime trasmissioni televisive dedite al difficile mestiere dell’inchiesta giornalistica desse dimostrazione di discutibile serietà e, addirittura, lacunosa deontologia. Dopotutto lo avevamo verificato tutte le altre volte in cui Report si era occupata di cibo e annessi, ripetendo con sospettosa puntualità uno schema apparentemente collaudato, fatto in parte di giornalismo a tesi – più interessato a mettere in luce ciò che la tesi precostituita afferma che a cercare una qualche forma di verità –, e qua e là di montaggi e tagli sensazionalistici. Solo che noi “esperti” di cibo e annessi in quei casi ce ne accorgevamo subito, perché un pochino padroneggiamo la materia, salvo poi essere puntualmente assaliti dal dubbio che se questo era lo schema rodato, chissà quante altre volte poteva essere stato utilizzato, occasioni in cui probabilmente ci eravamo indignati e avevamo creduto al valore giornalistico dell’indagine di turno.

A scanso di equivoci, non è mia intenzione mettere in dubbio l’indipendenza di Sigfrido Ranucci e “soci”, né suggerire che Report andrebbe imbavagliato, anzi: sono altre le trasmissioni di presunto taglio informativo che quotidianamente si macchiano di ben più gravi mistificazioni della realtà, e ci sarebbe sempre quella cosa (ormai sottovalutata) della libertà di stampa, un bene supremo che va difeso a denti stretti. Però in quest’epoca di totale esposizione, in cui tutti e tutte viviamo in una gabbia di cristallo sotto riflettori sempre accesi, e in cui tutti e tutte subiamo e coltiviamo costantemente lo stimolo della discussione perpetua, anche la libertà di critica rimane sacrosanta. Ciò nonostante quel che ha fatto Report nella puntata sul vino del 17 dicembre, dal titolo Piccoli chimici, su alcuni versanti mi pare proprio indifendibile: quello in cui fa di tutta l’erba un fascio, mettendo insieme truffatori, sofisticatori, grande industria e piccoli vignaioli artigiani, suggerendo un’immagine monolitica del comparto (tesi: «… l’inchiesta di questa sera smonterà un po’ la figura romantica del vignaiolo che sta dentro a pigiare il mosto, ed esalterà invece quella del vignaiolo che indossa il camice del piccolo chimico», dice Ranucci a un certo punto, e il corsivo è mio); quello in cui viene interpellato, a mo’ di consulente e voce contraria al mondo del vino del “piccolo chimico”, un esperto che non si dimostra tale fin dalle prime battute; quello in cui più o meno consapevolmente non distingue in modo chiaro tra pratiche illegali e pratiche legali in cantina.

Ed è un peccato, perché in effetti di cose importanti (e pesanti) da far emergere da un servizio di approfondimento di questo tipo ce ne sarebbero state parecchie, perlopiù arcinote a chi frequenta il settore dall’interno, ma poco chiare per i consumatori.

A partire dalla faccenda dell’uso (ammesso dalla legge) del mosto concentrato rettificato per l’arricchimento dei vini, su cui benissimo si è espresso Lorenzo Cesconi, presidente della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti laddove dice «siamo da sempre contrari alle deroghe sull’arricchimento dei vini che ormai sono una costante, anno dopo anno. La ratio di una deroga è la sua eccezionalità, se la si applica ogni anno diventa invece una pratica strutturale che nulla ha a che vedere con le condizioni climatiche di una particolare annata, come sarebbe previsto dalla normativa europea. Tanto più che ormai è davvero difficile, anche nell’estremo nord del Paese o alle altitudini più elevate, incontrare difficoltà nella maturazione delle uve, con rese in vigneto “sostenibili”: al contrario, il problema è ormai l’opposto».

Diciamocelo, insomma, che non basta vomitare sdegno contro Report, ma bisogna agire, continuando a rifiutare pratiche di questo genere, che è esattamente il motivo per cui nel “Manifesto del vino buono, pulito e giusto” si stabilisce – tra le altre cose – che “le cantine non devono utilizzare l’osmosi inversa e metodi fisici di concentrazione del mosto. Inoltre, se non per gli spumanti o i vini che lo prevedano per tradizione, non deve essere impiegato MCR (mosto concentrato rettificato) o zucchero (a seconda dei Paesi dove si opera)”. Anche denunciandole, dato che l’arricchimento dei mosti viene fatto per compensare l’eventuale carenza di contenuto zuccherino delle uve vinificate, cosa che può succedere tendenzialmente in due casi: in particolari annate, climaticamente difficili e fredde, che non permettono maturazioni ottimali dei grappoli; quando c’è iper-produzione, e l’eccesso di uva prodotta su una data superficie coltivata non garantisce la presenza negli acini di sufficiente zucchero. Ora, siccome il cambiamento climatico ormai da anni non ci presenta il conto di uve che necessitano di arricchimento a tutte le latitudini, viene da pensare che le continue deroghe servano soltanto a portare in cantina uve di pessima qualità e dal prezzo bassissimo, con tutte le conseguenze del caso sul sistema agricolo e viticolo, anche di concorrenza non granché leale a chi invece lavora bene.

Un discorso simile potremmo farlo anche sul versante degli additivi, dei coadiuvanti, dei cosiddetti ingredienti del vino: lo sappiamo tutti benissimo che si tratta di prodotti consentiti dalla legge (salvo i casi di vere e proprie pratiche truffaldine). E però dobbiamo dircelo, sempre a prescindere dai piccoli chimici di cui parla Report, che a seconda delle scelte di cantina possono finire sulla nostra tavola vini molto, molto diversi: diretti, quasi in trasparenza su un versante, oppure parecchio mediati, se non fortemente manipolati sull’altro. Noi, che facciamo una guida sul vino “governata” da un bagaglio di principi e di gusti specifico, di stampo slowfoodiano, abbiamo la presunzione di valorizzare e premiare vini sinceri, più da bravo artigiano che da “piccolo chimico”, con tutte le sfumature e le gradazioni del caso, sapendo benissimo che anche il nostro palato a volte può essere ingannato (magari non tanto facilmente, ma insomma). E sapendo, anche qui, che chi manipola molto è quasi sempre chi lavora uve di scarsa qualità e/o deve uscire sullo scaffale con prezzi molto bassi, di nuovo con risvolti concorrenziali deleteri per il produttore di taglio artigianale. I consumatori, crediamo, spesso non hanno gli stessi nostri attrezzi, e a loro va dato un appiglio in più: serviranno e basteranno le indicazioni nutrizionali e degli ingredienti in etichetta previste dal nuovo regolamento europeo in materia di etichettatura del vino di cui ha parlato approfonditamente nelle scorse settimane il professore Michele Antonio Fino?

Il punto, per intenderci, è che quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito. E anche se il servizio di Report di saggio aveva ben poco, l’invito che mi sento di fare è di guardare comunque più in su.