Post Vinitaly – Polemiche e semplici risposte

 

Siamo lenti, lo sappiamo e non siamo ancora entrati in tutti i post dedicati da alcuni blog alla nostra nuova avventura di Slow Wine. Premetto che non lo abbiamo fatto perché siamo snob e ci riteniamo al di sopra delle parti, ma piuttosto perché a Vinitaly siamo stati occupati a parlare con i tantissimi soci, produttori e giornalisti che ci chiedevano come sarà la nostra nuova pubblicazione sul vino.

 

Abbiamo privilegiato la parola allo scritto, il contatto diretto al Web. Forse un errore penserà qualcuno, ma siamo fatti così.

 

Entriamo subito nelle polemiche di questi giorni. Su Intravino viene ripreso il lungo e puntuale editoriale pubblicato sull’ultimo numero di Porthos firmato da Giampaolo Digangi, che tra l’altro è intervenuto con una domanda anche durante la presentazione del nostro progetto (venerdì 9 aprile 2010).

 

In primis ritengo che un po’ di pepe non faccia che bene al nostro lavoro e quindi se veniamo punzecchiati non dobbiamo chiuderci a riccio ma avere la forza di rispondere a eventuali critiche. Roberto Burdese durante la conferenza stampa lo ha fatto, anche se non era certo il luogo adatto per aprire una lunga discussione sui tanti temi sollevati da Giampaolo Digangi.

 

Ritengo di dover essere io a rispondere perché il collega di Porthos mi tira in ballo più volte, anche dalle colonne del blog Dissapore.

 

 

Nel farlo metto tra virgolette quanto scritto da Porthos:

 

 1) “Poiché Slow Food ci aveva da poco chiesto 500mila euro di danni in seguito alla trasmissione televisiva Report, rimasi lievemente basito e riuscii soltanto a sorridere a mezza bocca, il resto lo fece la ressa che se lo portò via

 

Slow Food allora partner del Gambero Rosso aveva fatto causa a Sandro Sangiorgi perché socia di un’avventura (Vini d’Italia). Quando si sono divise le nostre strade non abbiamo fatto ricorso in Corte d’Appello e questo fa capire alcune cose. Tra l’altro ho avuto modo di incontrare per la prima volta Sandro lo scorso novembre e mi ringraziò per questa cosa, quindi come vedi la stima di Carlin non era di facciata.

 

2) “Luglio 2008. Nasce la FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, con sede in Bra (Cuneo) in Via della Mendicità Istruita 45 (pochi civici dopo la porta di Slow Food, al numero 14) e segretario nazionale Giancarlo Gariglio, l’uomo nuovo della chiocciola, responsabile, fra l’altro, del sito slowine e della futura guida dei vini di Italia. Non è una coincidenza, ma una necessità: i produttori e il segretario professano totale indipendenza di pensiero dall’ospite, ma nei corridoi i primi gli riconoscono una totale delega organizzativa e comunicativa.”

 

Questa è l’accusa che personalmente mi fa più male e mi ferisce profondamente. L’ho scritto più volte, la sede doveva essere quella dove lavora il Segretario nazionale e quindi era inutile mettere un indirizzo mio di casa sarebbe stata semplice ipocrisia. Non ho avuto nessuna delega in bianco dai produttori né di comunicazione né di organizzazione. Vi dò una news: dal 7 luglio 2010 non sarò più Segretario della Fivi. La mia decisione è stata presa di comune accordo con il consiglio direttivo della FIVI perché da curatore di Slow Wine ritengo che il conflitto di interessi avrebbe fatto male a SF e alla Fivi, se pretendiamo alcuni passi da personaggi molto + in vista è giusto che lo faccia anch’io. Non ho manovrato la Fivi però. Ritengo di aver fatto la mia parte per aiutare un settore. Se ci limitiamo, noi scribacchini, a far girare il bicchiere e basta alla fine in quel bicchiere rischiamo di non trovare più nulla di quello che ci aspetteremmo. Pertanto sono orgoglioso dell’avventura della Fivi e di quello che in 2 anni siamo riusciti a fare nonostante una partenza per forza lenta. 2 anni che mi hanno fatto crescere e maturare molto e per questo ringrazio la fiducia concessami dai vignaioli. Se poi volendo fare bene il lavoro del giornalista volessi intervistare i membri del Consiglio e chiedere loro quante volte ho parlato di SF con loro mi faresti davvero un piacere. Il mio lavoro è stato del tutto disinteressato, non ho imposto nulla a nessuno e neppure tentato di far passare cose legate a Sf. Da esterno continuerò a seguire la FIVI e ad appoggiare i suoi obiettivi se riterrò che quanto sta facendo è giusto.

 

3) “Due giorni di lavoro e il troppo facile parto di un manifesto a Vignerons d’Europe che definisce negli intenti e nell’opera la figura del vignaiolo.

 

Non è stato per nulla semplice, mettere in una stanza 40 vignaioli (8% dei 650 accreditati) provenienti da 4/5 paesi differenti e far sì che riuscissero a parlarsi e a redigere un manifesto non è proprio una barzelletta. Anche qui potevi partecipare direttamente e fartene un’idea, visto che ti abbiamo aperto le nostre porte.

 

4) “La nobiltà d’intenti è presto offuscata dalla totale mancanza di autocritica che, in un momento così cruciale, sarebbe auspicabile per la costruzione di una strategia davvero utile alle aspirazioni dichiarate. La forza contrattuale di una certa cultura del vino da dove ha origine? Chi per vent’anni ha spinto in alto nelle classifiche una produzione tutta tecnica e niente sostenibilità? Insomma, chi ha orientato il mercato contribuendo, di fatto, a distribuire i posti a sedere nella stanza dei bottoni? SF va avanti come uno schiacciasassi, rivendicando per se stessa sempre una posizione di vittima dello schifo, sempre fuori dall’ingranaggio e dentro la rivoluzione eternamente probabile: il cambiamento deve rimanere un’utopia senza mai diventare una possibilità concreta perché è questo che assicura dipendenza e riconoscenza.”

 

Questa parte mi pare invece venata da un manicheismo che non rende onore all’intelligenza critica di chi ha scritto il pezzo. Voi vedete tutto dall’esterno come Slow food fosse un’organizzazione autoritaria dove esiste una sola persona che impone le sue idee ai tanti sudditi. Vi dò un’altra notizia non è così. Esiste un forte dialogo interno. C’è stato qualcuno che giustamente non riteneva possibile cambiare la visione di SF nel vino dall’interno e se ne è andato come Sandro Sangiorgi. Altri come Fabio Giavedoni,Tiziano Gaia, Roberto Burdese e il sottoscritto negli ultimi 10 anni hanno maturato un’idea propria e hanno cercato di proporla ai colleghi e agli organi direttivi dell’associazione. Devo dire che abbiamo incontrato una persona come Gigi Piumatti a cui tutti noi dovremmo fare un monumento perché ci ha fatto crescere, senza essere preda di isterismi da prima donna. Ci ha ascoltato e quando sono maturate alcune cose (tra cui anche quelle economiche… perché vergognarsi di dire che si ha paura di perdere un monte di soldi…), ha preso una decisione non certo semplice e per nulla scontata. Dobbiamo cospargerci il capo di cenere e rinnegare il nostro passato? E perché? Abbiamo fatto tantissimo per il vino italiano come tantissimo ha fatto Porthos, il Gambero Rosso, l’Ais, l’Onav, Veronelli (soprattutto!!!), e così via. Alcune cose le abbiamo azzeccate, altre sbagliate. Ma siamo uomini e sono sicuro che nessuno si sente libero da errori. Sono, invece, orgoglioso e rivendico alcune cose che Giampaolo segnala: abbiamo nel 1998 dato vista ai Presidi, nel 2004 terra Madre, nel 2007 e nel 2009 Vignerons d’Europe, nel 2010 Slow Wine. Tante cose belle, tante tappe di un cambiamento che è partito da lontano e solo una persona in mala fede vede come un ravvedimento tardivo!

 

5) “Ma, basta un attimo, il tempo di una domanda di un produttore irriverente, e l’eleganza verbale petriniana si trasforma, nelle parole di un suo generale, in goffe scuse di apparato, disvelando una dolorosa incongruenza di fondo: tutti devono governare il limite mentre SF è “costretta” alla deroga, sia chiaro sempre nell’interesse collettivo, per veleggiare in mare aperto, apertissimo. Succede cioè che Evangelos Paraschos, dopo l’intervento sulla necessità dei compromessi enotecnici del relatore Beppe Caviola, che qualcuno avrà pur scelto di mettere in cattedra, non ha resistito al chiedere pubblicamente di cosa si stesse parlando e come si pensasse di poter rappresentare contemporaneamente lui e l’altro.”

 

Perdonami Giampaolo ma qui non dici il vero. Io non ero sul palco, perché il moderatore era Fabio Giavedoni, ero nel pubblico e ho seguito come te la cosa. Beppe Caviola è stato invitato personalmente da me perché ritengo che sia rappresentante di un mondo produttivo legato alla terra piemontese, che sarebbe miope dimenticare (visto che oltre ad avere una sua azienda è il consulente di tanti altri piccoli vignaioli piemontesi oltre che di pochi gruppi + grandi). Ha avuto coraggio dicendo le cose che lui pensava e che tu non hai riportato bene, perché il senso del suo intervento era questo: guardate che io lavoro a contatto con tanti produttori (piccoli e piccolissimi) e vedo acquistare una marea di prodotti enologici (tutti leciti sia ben chiaro). perché non riportare il discorso alla realtà delle cose? Lui ha specificato che nella sua cantina a Dogliani queste cose non entrano, ma tanti gli fanno richiesta di utilizzarli. Qual’è lo scandalo di una tale affermazione. Differente è il tenore dell’intervento della persona che tu citi che lo ha trattato con estremo disprezzo dandogli del mercenario, mentre ritengo che il rispetto per il lavoro altrui sia dovuto tra persone civili. Beppe Caviola non pretendeva di rappresentare nessuno stava solo descrivendo una realtà senza ipocrisie. Paraschos mosso da un sacro furore pensava forse che Beppe si stesse facendo pubblicità, così non era.

 

Infine e chiudo qui le precisazioni, anche perché i quattro lettori del nostro blog si saranno già stancati dico che Slow Food porta avanti con serietà alcuni progetti che hanno fatto bene al mondo del vino e di cui non dobbiamo certo dare spiegazioni a Porthos, perché le può trovare sul nostro sito e sono sotto gli occhi di tutto. I Master of Food hanno educato un mare di persone alla cultura del vino. la banca del Vino raccoglie la memoria storica di alcune denominazioni italiane e di produttori che hanno deciso di depositare lì le proprie bottiglie. Abbiamo creato un’università di Scienze gastronomiche che chi ha visitato si è tolto letteralmente il cappello per come è organizzato e per il valore aggiunto che può dare alla cultura del cibo in Italia e nel Mondo. Il tutto senza che siano ancora giunti i famosi aiuti di stato a cui ha diritto un Ateneo.

 

Detto questo perché non trovarci una volta e parlare pacatamente di tutto questo, magari davanti a una buona bottiglia, naturalmente portata da voi! Potrebbe essere l’inizio di un lavoro fatto insieme per il futuro del vino italiano che in questo momento ha bisogno di tanto aiuto e forse fa spallucce di fronte a queste tante parole come a quelle dei politici contemporanei. Sono sicuro che su molte molte cose potremmo trovarci in pieno accordo.