Perchè no ai vini “inusuali” e si ad ogni stravagante creazione in cucina?

Qualche giorno fa si è tenuta, ovviamente online, la presentazione alla stampa del nuovo catalogo di Cuzziol, affermato distributore di vini in quel di Treviso. Un’occasione per presentare le nuove entrate, ovvero le aziende – decisamente belle e interessanti – che sono state inserite per la prima volta nel portafoglio dell’azienda.

È stata recapitata a casa ad ognuno dei partecipanti una piccola fornitura di vini che, oltre alle etichette più rappresentative delle “nuove” aziende, proponeva anche la bottiglia della prima edizione di un vino di Biancavigna (in foto), l’azienda specializzata nella produzione di Prosecco di proprietà della moglie di Luca Cuzziol.

Un vino prodotto con glera che non risulta essere Prosecco in etichetta per la sua particolare modalità di vinificazione in anfora. Come riporta il testo del collarino “il nostro spumante in anfora è frutto di ricerca e sperimentazione … abbiamo selezionato le uve migliori nei diversi vigneti, per ottenere un giusto equilibrio fra acidità e grado zuccherino: requisito imprescindibile per garantire la longevità che desideravamo. La prima fermentazione, con lieviti naturali e senza aggiunta di solfiti, avviene a contatto con le bucce per tre-quattro settimane. Seguono la decantazione statica e la maturazione in anfora. Le anfore che utilizziamo sono di terracotta e permettono la micro-ossigenazione del vino: la funzione è analoga a quella di una botte di legno, ma senza la cessione di tannini … Il vino affina in anfora per quattro mesi, prima di essere imbottigliato per la seconda fermentazione con lieviti indigeni”. Si legge poi che è stato in rifermentazione sui lieviti per 24 mesi e sboccato nello scorso mese di gennaio.

Tutto molto chiaro: un vino “diverso”, volutamente vinificato seguendo criteri ossidativi, in modo opposto alle “normali” modalità di produzione del Prosecco.

Ho aperto subito questa bottiglia per l’ovvia “curiosità professionale”. Ma l’ho aperta soprattutto perché alcuni dei presenti all’incontro online, che di mestiere fanno i critici gastronomici, l’avevano già assaggiata e hanno chiuso ogni discussione attorno al vino con un perentorio “no, per favore, non si può considerare un vino così… sospendiamo il giudizio… lasciate stare, non è cosa…”. E quindi mi è scattata un’immediata curiosità.

Amphora è un vino che mostra la sua “diversità” già dal colore dorato intenso. I profumi sono inconsueti, soprattutto se abbiamo in mente un “normale” Prosecco: qui la mela verde non c’è, semmai è una mela molto matura, che ricorda la mela grattugiata con lo zucchero che preparava la nonna come merenda pomeridiana da piccoli. Si avvertono note eteree, di frutta secca e di fette biscottate. La bocca è solida, prevale un moderato ed elegante gusto ossidativo che è ottimamente sorretto da una ficcante vena acida, che fa scorrere il sorso con piacevolezza. Il finale è asciutto, di leggera e apprezzata tannicità, con buoni ritorni agrumati (di scorza d’arancia e di agrumi canditi) e di foglie di sedano.

Un vino decisamente inusuale ma molto simpatico e curioso: esce dagli schemi, ma lo fa con una certa grazia e una forte impronta personale. Incuriosisce il palato e alla fine risulta assai piacevole.

Mi rivolgo ora, senza alcuna voglia di polemizzare ma solo per capire, ai critici gastronomici che hanno bollato come “impossibile” questo esperimento enologico. Avete fatto passare come “la nuova frontiera della cucina” – e ovviamente come assolutamente imperdibili per il proprio percorso di crescita gastronomica – ogni genere di sifonature, qualsiasi invenzione molecolare, ingredienti di ogni genere ridotti a piccole sfere multicolori, e via cantando.

Avete valutato ottimamente dei menù degustazione – da almeno 250/300 euro – serviti su tavole dove non veniva mai posato un coltello, perché non c’era alcun boccone da tagliare (come siamo soliti fare fin da quando ce lo hanno insegnato nei primi anni di vita). Solo cucchiai, cucchiaini, supporti di varie forme e “aggeggi” mai visti prima durante un pranzo.

Siamo andati a Copenaghen, al Noma da voi tanto osannato, dove tra lo stupore e il divertimento ci hanno servito ogni sorta di muschi e licheni, manco fossimo renne a spasso nella tundra. E comunque ne siamo usciti stupefatti ma soddisfatti.

Non c’è stato nulla di male in tutto questo, anzi in alcuni casi – non in tutti, purtroppo… – ci siamo divertiti, abbiamo appagato pienamente il gusto e soddisfatta ogni curiosità. E pertanto vi ringraziamo per le vostre segnalazioni. Ripeteremo senza dubbio l’esperienza di questi pranzi “inusuali”. Così come ritorneremo, la sera stessa, a mangiare una bella bistecca alla griglia nella trattoria sotto casa solo per l’esigenza di affondare finalmente forchetta e coltello su una sostanza di normale densità.

E ora voi critici gastronomici, che avete cantato le lodi di tutti questi ristoranti “inusuali” e dei loro iper-fantasiosi chef, ci volete dire che “no, un vino così non si può proprio presentare…”. Perché?

È vero, è un vino che esce dagli schemi blasonati dei tanti noiosi Champagne che vi hanno servito negli anni, o dal polveroso classicismo di tanti Chardonnay di Borgogna poco più che mediocri ma decantati come oro liquido, però uno sforzettino potreste ben farlo!

Uno sforzettino infinitamente minore a quello che ci avete chiamato a fare di fronte alla lussuosa tavoletta di ardesia imbrattata da una decina di spruzzatine varie e di sifonature multicolori.

Alla fine noi ci siamo anche divertiti. Fatelo anche voi (molti di voi già lo fanno 🙂 ).