Paghereste 80 dollari un Arneis? In America è normale!

WineListGD1Dopo gli articoli scritti da Fabio Giavedoni sullo scandalo dei vini italianisvenduti nella grande distribuzione (li potete leggere qui e qui), oggi ci occupiamo di un argomento complesso, ma che è anche in questo caso una distorsione palese del mercato delle bottiglie italiane.

Stiamo parlando dei ricarichi assurdi applicati alle nostre etichette all’estero e in particolare negli Usa, che sono anche il primo mercato al mondo per il vino del Bel Paese. Basta sfogliare alcune delle carte dei vini più celebri degli States per farsi un’idea delle cifre di cui stiamo parlando. Noi abbiamo scelto tre ristoranti prestigiosi, forse tra i migliori dell’America, per quanto riguarda la cucina italiana. Del Posto a New York, Spiaggia a Chicago e Gary Danko a San Francisco (così siamo stati ecumenici da Est a Ovest). Sia ben chiaro, questi sono solo tre locali stellati presi ad esempio, ma la tendenza è simile in tutti i ristoranti a stelle e strisce. Ricarichi che possono arrivare anche (e in alcuni casi superare) il 1000 per cento. Basta osservare alcune delle immagini tratte

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dalle carte dei vini pubbliche e consultabili on-line, che ci siamo presi la briga di riportare in questo pezzo. Un Roero Arneis, molto buono e più volte recensito sulle nostre guide, a 80 dollari è l’esempio più lampante, ma anche un Dolcetto d’Alba a 89 dollari non è da meno! e che dire della Petite Arvine a 122? Che in Italia si trova a 13 sullo scaffale?

 

Si conti che questo è il prezzo in carta, ma poi va aggiunta l’Iva e anche la mancia che in questi ristoranti non può essere meno del 15%. Quindi si rischia di dover pagare alla fine un Dolcetto o un Arneis a 100 dollari. E la Petite Arive 160… Questo cosa comporta? Che alla fine il produttore che fa dei buoni affari negli Usa è quello che guadagna di meno e che per giunta viene anche preso per strozzino dal consumatore finale, che penserà che questi prezzi siano alti perché le etichette sono vendute care dagli italiani.

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Accade così che i nostri vini quotidiani, quelli che in Italia sono venduti a 10 euro in enoteca sono quelli che soffrono di più questi ricarichi assurdi. Si scontrano, infatti, sul mercato con australiani, cileni, americani (a 50 dollari è facile trovare dei buoni cabernet sauvignon o chardonnay di Napa o Sonoma). Insomma, un sistema che fa acqua da tutte le parti. Troppi i passaggi di mano dei vini italiani e così tra distributori, importatori, agenti e ricarico legittimo del ristorante, il valore cresce in modo esorbitante, penalizzando alla fine le nostre esportazioni.

 

DP Wine1Un rimedio a tutto questo? E quello che mi piacerebbe sentire dai produttori stessi. Alcuni si stanno attrezzando, creando delle aziende di import dirette, senza dover cedere questo primo passaggio a terzi. Complice anche la nascita di alcune piattaforme che incentivano ormai (con un preciso supporto logistico a prezzi contenuti) iniziative di questo tipo (consultate ad esempio il sito di Usa Wine West).

 

Questo accade negli Usa, ma basta fare un giro sulla carta dei vini dei ristoranti inglesi, per vedere come la musica non cambi, oppure su una wine-list giapponese… Insomma, finché questo disco suonerà in questo modo le potenzialità della nostra viticoltura rischiano di essere depresse e non sfruttare al massimo le sue potenzialità. E mai possibile che con gran parte delle merci si siano buttati giù questi sistemi commerciali medievali e con il vino esistano ancora queste rendite di posizione? Voi che ne pensate?