Meno vigne, più alberi

IMG_8777Non so di preciso quando il muro dalle parti di via Case Sparse a Panzano in Chianti, qui riproposto, sia stato scambiato per un megafono, ma il senso delle parole rosse su sfondo grigio è da custodire.

 

Questa scritta, fotografata più di un anno fa, mi è tornata in mente dopo un paio di settimane passate in Sardegna dove ho potuto ammirare vigneti splendidi in un contesto ambientale, sì antropizzato e a tratti deturpato, ma nel quale la vite convive spesso con altre attività agricole, senza opprimerle.

 

Le modifiche del paesaggio agricolo a favore della viticoltura specializzata hanno conosciuto un’intensità smodata soprattutto laddove la produzione di vino ha garantito prestigio e guadagno. Se il cemento delle cantine è il grigio tangibile di questo nuovo scenario, anche gli interminabili filari pettinati a rittochino rappresentano una violazione subliminale del paesaggio naturale. Sembrano natura ma in realtà sono palcoscenico di ambizioni imprenditoriali.

 

E il paradosso gigantesco di queste Disneyland del vino è che il vino prodotto vuole essere essenza del territorio che ha contribuito a distruggere, insieme alle molteplici attività che la sua produzione ha relegato in occupazioni secondarie solo perché non recano il medesimo guadagno.

 

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Più vigne e meno alberi; un’equazione che ha diluito le eccellenze viticole confondendole in una produzione smisurata e inutile, e ha allontanato, in sostanza, la viticoltura dal suo alveo originale che era puramente agricolo e ora non lo è più.

Sradicandosi dal suo luogo di nascita il vino rischia di divenire un oggetto sterile e fine a se stesso disorientando chi intende il bere pratica culturale oltre che gastronomica.