Le parole sono sassi: anche nel vino

 

Ma non è solo una questione di grammatica ridondante: l’abuso di termini e metafore denuncia carenze di significato. Come spesso succede una falla lessicale ne rivela altre di natura diversa. In altre parole dire di un vino i profumi ricordano il fico di d’india quando gli umori della notte mediterranea vengono sublimati dall’aurora, risulta meno utile a chi legge, rispetto, per esempio, a citare il territorio di provenienza, la conduzione agronomica o il tipo di vinificazione. Nel pensare di riformulare una giusta comunicazione sulla viticoltura, crediamo sia utile spostare il peso di una scheda descrittiva verso l’origine di un vino, più che nell’istante della sua celebrazione, momento soggettivo e intimo. Ciò non significa omettere le sensazioni provate nell’assaggio, ma limitare lo spreco di termini, usati come la panna da cucina negli anni ottanta. Far prendere aria al testo, togliendo le parole di troppo, costituirà un utile esercizio al fine di valorizzare ciò che decidiamo di lasciare. Un po’ come passare in vigna e concentrare la linfa nei tralci giusti, togliendo le femminelle. Un mesetto fa abbiamo quasi gioito quando, durante una degustazione di Vernaccia, si è usata la parola digeribilità per un vino. Se ci pensiamo bene questo è un passo gigantesco nella comunicazione. Un ritorno a suggerire il vino come alimento, prodotto della tavola, estratto di cultura e sapere contadino. Una piccola parola che cade come un macigno sul muro eretto di milioni di frasi inutili per coprire le vergognose vacuità di vini falsi e costruiti. Un baricentro linguistico focalizzato su termini utili più che ad effetto non può far altro che spingere chi legge a concentrare l’attenzione sulle modalità di produzione comprese sostenibilità e tradizione, approfondendo e molto il concetto di terroir.