La Valle d’Aosta va riscoperta, partendo da un grande libro!

GattaA Gennaio sono stato ospite della famiglia Crea, vignaioli a Nus in Valle d’Aosta. Grazie a loro ho conosciuto un libro splendido, testimone della storia viticola valdostana e non solo. Si tratta del Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta di Lorenzo Francesco Gatta. Medico canavesano vissuto nell’Ottocento, Gatta coltivò una straordinaria passione per l’ampelografia, scienza che proprio nella seconda metà di quel secolo ebbe uno straordinario sviluppo. Il suo lavoro di osservazione lo condusse alla redazione di questo Saggio che rappresenta uno dei capisaldi dell’ampelografia mondiale.

Se gli studi di Gatta, valsero al medico il titolo di membro della Reale Accademia Agraria di Torino, la sua opera giunge a noi grazie al lavoro di Rudy Sandi, vignaiolo e agronomo valdostano. Sandi amplia il lavoro di Gatta con una serie di approfondimenti dedicati sia al valore storico del Saggio sia all’attualità della viticoltura valdostana.

Dal punto di vista storico, infatti, il traduttore sottolinea come il metodo tassonomico di Gatta, corroborato dal confronto con opere precedenti come quella di Acerbi dal titolo Tentativo di una classificazione e dal rapporto epistolario con il celebre Giorgio Gallesio, noto ampelografo, se pure con ritardo fu utilizzato pressoché da tutte le scuole internazionali di ampelografia della seconda metà dell’Ottocento. Un peccato che questa gloria per il medico possa considerarsi postuma.

Il contributo stavolta tutto contemporaneo del Saggio è indicato bene da Sandi, nelle ultime pagine del libro. Riflessioni che scaturiscono da un confronto tra il passato così ben descritto dall’autore piemontese e il presente vissuto da quello valdostano. All’epoca di Gatta la viticoltura valdostana contava su 4.000 ettari vitati, oggi ne conta solo 400. Occorre riflettere sulla perdita così ingente di un patrimonio di tradizioni e varietà per individuare il futuro della viticoltura di qualità che ha segnato per circa duemila anni la storia enologica di questa piccola regione italiana. Per Sandi si devono riscoprire le mille identità viticole della Valle d’Aosta e farsi custodi della variegata tradizione enologica. “Per quanto indubbiamente, il “terroir” come quello valdostano sia terra di elezione per certi bianchi di scuola francofona che vanno certamente valorizzati, non si può forzare un grande “terroir” come quello valdostano, ricco di grandissimi vini come i Muscat, i Clairet, le Malvoisies, i Picotendro, i Torrette, i suoi tanti “vins fins de liqueur” e famoso anticamente per i suoi vitigni autoctoni di originale capacità espressiva, a congedarsi da tutto questo grande patrimonio per reinventarsi, solo ed esclusivamente, Borgogna o Vallese d’Italia”.

Un ragionamento quest’ultimo che potrebbe essere esteso a tutte le regioni italiane che hanno svenduto largamente la proprio identità nel recente passato a certi modelli di natura enologica-commerciale.

Vale proprio la pena leggere questo volume acquistabile online sul sito lulu.com. E mentre mi appiccicavo addosso la medaglia d’oro di scopritore di scoperte inciampo in questa citazione. “…se più di centocinquant’anni orsono i vitigni in Piemonte erano oggetto di tanto studio e tanta cura, e di confronti così sottili, e di così raffinate distinzioni, chissà come erano squisiti i vini bevuti dai nostri antenati! Nemmeno i tre poderosi e magistrali volumi del Trattato del Garoglio, benché infinitamente più ricchi di scienza chimica e biologica, contengono descrizioni altrettanto precise e minute dei vitigni. Dobbiamo forse concludere che l’enologia è in ribasso?” Mario Soldati.

Soldati, Veronelli, maledetti. Dobbiamo forse concludere che dopo il vostro lavoro la comunicazione della cultura enogastronomica è in ribasso?