La storia di un vino con i muscoli da nuotatore

In un sera (poco) buia e tempestosa ci è stata narrata la storia di un vino che nuota con i muscoli tesi e che attraversa il tempo senza esserne scalfito.
Ma partiamo dal principio.

Siamo alla prima degustazione della stagione a La Banca del Vino. La protagonista è la Tenuta di San Leonardo, simbolo della vinificazione di qualità del Trentino. Ci guida nell’assaggio il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga, che amministra con amore la Tenuta, insieme a Fabrizio Gallino, collaboratore di Slow Wine. 

La Tenuta San Leonardo si trova incastonata tra le pendici del Monte Baldo e i Monti Lessini, nella Valle dell’Adige. Le montagne proteggono i roseti del giardino e le vigne dai venti freddi e hanno rubato il tardo tramonto, accorciando le ore di calura estiva. Questo luogo affonda le radici in una storia millenaria passando da essere convento a hospitalis, luogo che accoglieva i passanti e girovaghi con pietanze e un calice di vino. La famiglia Gonzaga acquisisce la Tenuta nel 1780, dopo averne lavorato per alcuni anni le terre. 

 

Oggi finalmente, complice la possibilità di partecipare a un evento in presenza, tra i banchi di assaggio si diffonde una sensazione di attesa ed eccitazione.

Anselmo ha una parlata avvolgente, un sorriso ampio e un grande amore per gli aggettivi. Si muove piano tra espressioni assertive e spiegazioni colme di saggezza. Da questa serata usciranno alcune frasi dense e intense che un’amante dell’inchiostro sulla pelle, quale io non sono, potrebbe tatuarsi a occupare buona parte del corpo.

Pare di assistere a uno spettacolo teatrale: entrano in scena intrecci familiari, incomprensioni generazionali ma tutto nasce, invariabilmente, da una grande passione per il bere, in cui Anselmo stesso si rispecchia: «Sono un ottimo bevitore, non un gran degustatore ma so quello che mi piace, so il carattere che voglio tirare fuori dal vino».san leonardo

 

Proprio per questo i vini della Tenuta San Leonardo sono immaginati e realizzati partendo da quelli che hanno segnato il cuore di Anselmo e di suo padre Carlo, passando per il bicchiere.


Ecco il
San Leonardo e il suo taglio bordolese: il vino rappresentativo della cantina nasce come conseguenza della passione di Carlo per la grande terra del Bordeaux. Alla fine degli anni ’60 inizia a studiare enologia a Losanna, su consiglio imposto dal padre, e scopre la sua vocazione vitivinicola. Terminati gli studi intraprende la sua strada in Toscana e presso la Tenuta San Guido diventa il primo cantiniere e alleato nella sperimentazione del marchese, e amico di famiglia, Mario Incisa. Spesso all’alba e controvoglia accompagna il marchese a visitare allevamenti di cavalli, sostenuto solo dalla cieca fiducia che, verso sera, avrebbero stappato e degustato insieme importanti bordolesi. Questo scambio mette le basi per quello che verrà definito da Robert Parker “uno dei più grandi vini italiani”.

Intanto un giovane Anselmo incontra sulla sua strada il Sanct Valentin e dal primo assaggio è deciso la replicare il suo piacere verticale, quasi croccante e la facilità della beva. Su sua ispirazione nasce nel 2011 il Vette, Sauvignon Blanc in una azienda di soli rossi, come omaggio al Trentino e ai suoi pascoli fioriti.

 

I vitigni e il terroir

Nel 1974 passa in eredità a Carlo che, a seguito di violente tasse di successione, perde metà dei terreni aziendali e nel 1978 inizia a dedicarsi al suo sogno fatto di filari di cabernet sauvignon a guyot, «un salto quantico rispetto alla pergola». Il cabernet sauvignon si aggiunge ad altri vitigni internazionali quali cabernet franc, merlot e il carmenère, una uva dimenticata introdotta nella Tenuta a fine ‘800 e riscoperta recentemente. Il carmenère, riconoscibile dal grappolo più grosso rispetto a quello sparuto del cabernet franc e dal colore rosso fuoco di cui si tinge nel periodo autunnale, è presente in piccola parte nel blend del San Leonardo ma ne è l’impronta digitale, la sua riconoscibilità.

Si parla di vitigni, densità e forme di allevamento ma tutti i discorsi tornano al Trentino e al terroir che «influenza sempre in modo violento il vino, più dei vitigni».

san leonardo roseto

 

Il rapporto con la Natura

Nell 2008 l’azienda elimina i pesticidi e nel 2015 inizia una vera e propria conversione al biologico.
La pratica in cantina si basa sull’utilizzo dei soli lieviti indigeni, fermentazioni spontanee e si lavora sotto consiglio del calendario lunare, e Anselmo sottolinea «non ammicco al biodinamico, ma a chi comprende la natura».
Non si dirada e non si sfoglia, per avvicinarsi quanto più possibile al comportamento naturale della vite, nonostante la consapevolezza che la vigna e la sua tipica monocoltura sia guidata dall’uomo.
Il suo pensiero riguardo alla tecnologia è diretto alla praticità, negli ultimi anni si servono di una vendemmiatrice meccanica.

san leonardo degustazione

San Leonardo 

Il San Leonardo 2003 appare presente a sé stesso con una integrità del frutto sorprendente, nonostante la sua maggiore età.
«Posso dire che mi emoziona?» sillaba Gallino, mentre cammina sotto i portici con in mano il microfono, investito da una nuova energia.
L’annata 2003 fu estremamente secca, come poche se ne ricordano, e in quella occasione anche i castagni di 300 anni richiesero di essere annaffiati.
Assaggiamo anche il 2015 e il 2013 che raccontano una identità che rimane intatta nel tempo.
Il Gresti 2015 unisce le caratteristiche del merlot e del carmenère e riporta struttura ed equilibrio.

Durante la serata, la parola eleganza torna spesso a volteggiare sotto i mattoncini rossi de La Banca del Vino e a richiedere il suo spazio. L’impressione, riverbero della giacca color tortora di Anselmo, è che questi vini siano senza tempo, eleganti e selvatici. Un vino forte, ma al tempo stesso fine.
Anselmo lo definisce un vino da nuoto: 

«Il San Leonardo dà il meglio di sé a dieci anni dalla vendemmia. Sì, questo vino ha i muscoli di un nuotatore: resistente e delicato, forte sull’allungo».

Così si concluse la storia del vino nuotatore e di chi lo produce.
Tutti vissero felici e contenti, soprattutto noi che lo abbiamo bevuto.