La “new age” dei Franciacorta Satèn ci convince parecchio

Abbiamo da poco assaggiato – per la redazione di Slow Wine 2023 – tutta la nuova produzione della Franciacorta: quasi 400 vini, divisi nelle varie tipologie (a seconda del dosaggio), tra cui 75 Franciacorta Satèn, suddivisi tra millesimati e sans année.

Intorno agli assaggi di questa tipologia abbiamo elaborato alcuni ragionamenti e alcune considerazioni, che riportiamo qui di seguito. Intanto iniziamo con una nota storica/didattica.

Il termine/marchio Satèn è stato depositato dal Consorzio Franciacorta nel 1995, dopo un progetto di ricerca per sostituire – nell’identificare un Metodo Classico prodotto con sole uve bianche e con minore pressione in bottiglia – il vecchio termine Crémant, che qualche anno prima la normativa europea aveva deciso essere dicitura riservata solamente agli spumanti prodotti in Francia e Lussemburgo.

Nel 1990 alcune cantine della Franciacorta si affidarono ad un gruppo di esperti di comunicazione del mondo del vino, l’agenzia SGA di Bergamo, fondata da Giacomo Bersanetti, Chiara Veronelli e Francesco Voltolina. Le indicazioni erano quelle di trovare un nome suggestivo ed evocativo, che esprimesse in maniera immediata lo stile organolettico di questi vini.

La soluzione fu geniale e apprezzata da tutti: il termine Satèn aveva una musicalità francese charmant, che riportava subito alla setosità del vino (anche se satin vuol dire raso, e non seta come si crede, sia in francese che in inglese…) e si ricollegava al vocabolo “satinato”, che apriva ad un immaginario di morbidezza e gradevolezza al tatto, due proprietà che si volevano intenzionalmente espresse appunto dalla tipologia Franciacorta Satèn.

 

 

All’inizio, e soprattutto nel primo decennio degli anni Duemila, i produttori di Satèn presero “un po’ troppo alla lettera” il nome, proponendo vini che in genere erano un po’ troppo morbidi e avvolgenti, che indugiavano spesso su residui zuccherini decisamente consistenti e avvertibili. Col tempo questo stile ha cominciato a “stancare” una buona fetta di consumatori – anche se negli anni i numeri della produzione dei Satèn sono rimasti stabili, se non addirittura cresciuti – e soprattutto grande parte della critica enologica italiana, noi di Slow Wine compresi.

Qualche anno fa invece abbiamo cominciato a registrare un “cambiamento di rotta” sempre più evidente da parte di un buon numero di produttori franciacortini: vini più sostanziosi e rigorosi, che indugiano meno sulla morbidezza e sullo zucchero ma riempiono il gusto con piena fruttosità e bella vena acido-sapida.

Lo scorso anno abbiamo assaggiato un buon numero di Satèn veramente molto buoni, complice verosimilmente la presenza di parecchi campioni dell’ottima annata 2016, che proponeva grande equilibrio tra maturità di frutto e parametri di freschezza; vini felicemente mediterranei, morbidi eppure succosi: in sostanza lo Chardonnay franciacortino al meglio delle sue potenzialità.

Riteniamo che il Satén sia in effetti un’idea azzeccata se interpretato in questo modo: via gli orpelli, le pesantezze legnose da un lato o gli spigoli nervosi e verdi coperti dallo zucchero dall’altro. Nelle annate top osare l’assenza di dosaggio prende totalmente senso, accostando al frutto solare (la miglior zona, per questo, resta il territorio di Erbusco…) una mineralità che impreziosisce e ricama, anche laddove il calore spinge molto e le raccolte devono forzatamente essere leggermente anticipate.

L’aspetto più importante resta comunque il fattore umano. Molte cantine hanno ormai preso piena consapevolezza che il Satén nasce nel vigneto (sembra una banalità ma occorre ribadirlo…): le uve devono essere “da Satén”, perché la ricchezza del frutto deriva da lì, e la capacità del vino di avere ottimi e utili contrasti minerali viene dal suolo, dalla potatura, dalla data di raccolta e dalle attenzioni in pressatura, che deve godere della giusta attenzione (perchè se un Brut può avere note rustiche, il Satén proprio no…).

Alla fine siamo portati a pensare che se esiste una specificità di zona è proprio nel Satén che questa può esprimersi; questa “unicità cremosa” ha effettivamente un senso in questa tipologia, e non c’è da vergognarsi nel proporre vini giocati sulla suadenza piuttosto che sulle durezze austere. I grandi Pas Dosé o Extra Brut sono rari perchè rare sono le condizioni di terroir che li generano, mentre per i Satén la via può essere più percorribile, anche se ci vuole rigore, ancora più rigore.