La bella follia dei vignaioli

Da Langarolo amante del vino mi ricordo molto bene quando, ormai più di trent’anni fa, uno sparuto gruppetto di coraggiosi pionieri iniziò a sperimentare la vinificazione del Timorasso, un vitigno a bacca bianca autoctono dei colli tortonesi che allora sopravviveva in piccolissime parcelle di viti molto vecchie. Un’operazione un po’ da folli, che venne salutata come un esperimento simpatico e poco più, come una sorta di mattana buona per fare un po’ di notizia.

Oggi, trent’anni dopo, il timorasso è probabilmente il vitigno bianco più interessante del Piemonte, con una produzione in continua crescita e un numero sempre maggiore di produttori che lo piantano e lo vinificano. Questa storia è emblematica per raccontare il processo che è in atto nella viticoltura italiana: la riscoperta e la valorizzazione dei vitigni autoctoni, ovvero quei vitigni che sono considerati originari di una zona e che solo lì vengono coltivati. Una bella notizia anche in virtù del fatto che si stima che in Italia siano presenti oltre 2500 varietà locali di vite, segno che la biodiversità su cui lavorare non manca di certo. Quelli che negli anni ’80 erano assoluti visionari oggi hanno plasmato una nuova generazione di viticoltori, che sempre più spesso cercano nelle loro vigne quelle varietà che meglio si sono adattate e che storicamente hanno fatto parte del paesaggio. Un processo certamente culturale oltre che produttivo, perché non c’è dubbio che sia andato di pari passo con l’aumento notevole di sensibilità da parte dei bevitori, sempre più interessati a cogliere nel bicchiere il territorio più che l’enologia, la naturalità più che la costruzione.

Intendiamoci, il vino si beve se è buono, e su questo non c’è discussione. È però un dato di fatto che la ricerca del buono sta includendo aspetti che esulano strettamente dall’aspetto della degustazione classica per allargarsi alla storia, all’anima di una zona di produzione, all’espressione più autentica di un paesaggio. Ecco allora che, in parallelo con la riscoperta dei vitigni autoctoni, si premiano sempre di più vini “poco interventisti” ovvero quei vini in cui la mano enologica è più leggera e si privilegia ciò che la vigna offre, con tanto di imperfezioni o eccessi.

Siamo di fronte a una ventata di aria fresca che sta attraversando le campagne e le enoteche. Un vento di rinnovamento che passa per la valorizzazione della tradizione. Il segnale concreto che il futuro passa per la riscoperta delle radici da cui veniamo.

Articolo apparso su Repubblica Lunedì 6 Aprile