Ho avuto il privilegio di conoscere Maurizio Gily 27 anni fa, quando ero un laureando e mi consigliarono lui come correlatore della mia tesi di storia economica. Me lo indicarono come uno dei maggiori conoscitori del vino piemontese. Io del vino non ne sapevo assolutamente nulla, ma capii subito che avevo incontrato la persona giusta: posato, gentile, interessato anche a uno studentello come me, mi diede consigli preziosi. Da allora è una delle persone a cui mi affido quando voglio approfondire determinati argomenti tecnici, perché non si tira indietro nelle discussioni e soprattutto è sincero.
Per questo motivo, dovendo affrontare alcuni temi spinosi ho alzato il telefono e l’ho chiamato. Chi più di lui, con un’esperienza quarantennale nel mondo del vino come giornalista, comunicatore, consulente agronomico, docente, ecc… poteva chiarirmi alcuni punti che ritengo essenziale conoscere prima di provare a raccontare la crisi attuale del vino? Insomma, vi invito a leggere con calma questa lunga intervista perché penso che possa aiutare a comprendere meglio l’oggi che viviamo. Buona lettura.
Cosa ne pensi degli ultimi interventi di produttori di “peso” ad esempio quello di Angelo Gaja sulle pagine del La Stampa?
Condivido in sostanza il pensiero Gaja, faccio solo due puntualizzazioni. Lui parla di vinificazione delle uve da tavola, ma va precisato che è vietata. Si fa lo stesso e i controlli sono insufficienti. Inoltre, i massimali di produzione per le uve destinati a vini generici non è più 40 ma 30 tonnellate per ettaro. Tuttavia ci sono deroghe per un gran numero di comuni, in base a richieste fatte dalle singole regioni, che possono ancora produrre 400 quintali per ettaro. Le regioni sono: Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia, e il solo comune d Campomarino in Molise.
Indubbiamente una prima svolta sarebbe quella di far rispettare le leggi che esistono. Colpire l’illegalità non basterebbe a riequilibrare il mercato ma un certo contributo lo darebbe.
Il Ministero con l’ICQRF (repressione Frodi), i servizi regionali, la Guardia di Finanza e altre Forze dell’Ordine potrebbero fare molto di più “sul campo”. Le aziende sono oberate da una burocrazia opprimente e dal timore di sbagliare una virgola su un registro, ma poi certe cisterne con mosti di uve da tavola viaggiano indisturbate da sud a nord, cantine sospette non vengono controllate nelle fasi di ricezione delle uve e degli sfusi. E non sono migliaia, si sa benissimo chi sono e dove sono, e nemmeno i viticoltori che sono vittime di questo sistema spesso hanno la forza e il coraggio di denunciare. E per dirla tutta spesso sono anche complici di questo sistema, perché queste cantine ritirano i “superi dei superi” che le cantine sociali non possono ritirare senza declassare tutta la partita. Ecco perché spesso la politica, soprattutto quella regionale, si gira volentieri dall’altra parte, gli attori coinvolti sono molti e sono tutti elettori.
Prescindendo dalle questioni di legge, quale politica vitivinicola serve per riequilibrare domanda e offerta?
Quella dell’Unione Europea negli ultimi decenni è stata abbastanza disastrosa ed è in parte causa dei problemi attuali di sovrapproduzione. I contributi per la “ristrutturazione dei vigneti” sono stati erogati a pioggia, sulla base di motivazioni futili come il cambio di varietà o di forma di allevamento, senza alcuna valutazione degli sbocchi di mercato, e lo stesso vale per i nuovi impianti “in deroga” rispetto al blocco dei nuovi impianti. Inoltre il blocco parziale dei nuovi impianti non ha impedito la perdita di vigneti di qualità e poco produttivi in collina e la loro sostituzione con vigneti di pianura irrigui e altamente produttivi. Per questo, pur essendosi fortemente ridotta la superfice vitata, la produzione nazionale non è calata nella stessa misura. Molti hanno piantato solo perché “c’era il contributo”. Tra l’altro con regole assurde come l’obbligo di comprare tutti i materiali nuovi, senza la possibilità di riciclare i pali ancora buoni dei vigneti estirpati, in spregio a qualunque logica di economia circolare e di risparmio di denaro pubblico.
Allora tanto valeva togliere il blocco, non dare aiuti a nessuno e lasciar fare tutto al libero mercato. E ora che fare?
Aiuti all’estirpo vigneti. Secondo me è da fare, come in Francia. Circa la metà delle uve da vino in Italia sono conferite a cooperative o vendute sul libero mercato (in misura molto minore). In buona parte si tratta di aziende familiari molto piccole, e l’età media di questi coltivatori di uve senza cantina è alta, con differenze tra le regioni. Molti di questi anziani non hanno prospettive di continuità familiare, si tratta quindi di anticipare un ritiro dalla produzione che avverrebbe comunque naturalmente entro pochi anni. Inoltre servirebbe a limitare il rischio dell’abbandono dei vigneti nello stato in cui sono: questi incolti, oltre ad avere un impatto violento sul paesaggio, sono focolai di malattie della vite tra cui in primis la Flavescenza dorata, e altre. Si dovrebbero però preservare per quanto possibile i vigneti di collina e montagna, che producono meno, fanno più qualità e hanno meno alternative colturali. Qui una sorta di pre-pensionamento con cessione dei vigneti ad altre aziende disponibili sarebbe preferibile a un contributo all’estirpo.
Togliere le deroghe alle produzioni elevate, che sono anche discriminatorie tra le regioni, portando tutti a 30 ton/ha, meglio sarebbe 25 come propone Gaja, ma sarebbe molto impopolare. Senza nascondersi che nell’immediato questo sarebbe un danno per molti agricoltori, che solo grazie alle produzioni alte riescono a coprire costi di produzione che in pochi anni si sono impennati, visto il prezzo basso pagato per le uve. Ma produrre meno vuol dire anche ridurre i costi di produzione (meno concime, meno trattamenti, meno irrigazione) e soprattutto dare la prospettiva a medio termine di un aumento dei prezzi. Eviterei però certe forme di moralismo: se si ha la fortuna di essere nati a Montalcino e si fanno 7 tonnellate a ettaro non si è per questo persone migliori di chi è nato a Ravenna e ne fa 30: ognuno è legato al contesto in cui opera. Questi massimali, che possono sembrare molto alti, servono soprattutto a fare il gioco delle tre palline: se in un vigneto iscritto a una DOP si superano sia i massimali della DOP che il 20% di “supero”, consentito per produrre vino generico, allora si “scarica” l’eccedenza su una parcella che volutamente non è stata iscritta a nessuna DOP o IGP, e che magari di tonnellate a ettaro ne fa solo dieci, ma io dico che ne fa quaranta. L’ente di controllo delle DOC (Valoritalia o altri) effettua alcuni controlli a campione nei vigneti in pre-vendemmia, per verificare il rispetto dei massimali, ma nessuno controlla i vigneti non iscritti a nessun albo: la pallina è sotto la campana che nessuno guarda! Da parte delle cantine cooperative, oltre a evitare di “coprire” chi fa pasticci, come purtroppo spesso accade, si dovrebbe differenziare molto il prezzo delle uve a DOP da quelle generiche, proprio per rendere il gioco meno conveniente. Ma siccome questa differenza spesso non si ribalta sul valore del prodotto finito non è facile giustificarla.
Cosa ne pensi del ruolo della cooperazione a livello italiano, visto che copre una percentuale di produzione davvero ingente? Tra l’altro nella tua carriera hai collaborato con molte realtà importanti e quindi ti sei confrontato non poco con questo universo.
La cooperazione rappresenta un asset fondamentale del sistema visto che trasforma circa la metà delle uve italiane. E’ sempre stata aiutata dallo stato e dall’Unione Europea per il suo forte impatto sull’economia dei territori rurali, e penso che sia stato giusto farlo. Ma le risorse vanno indirizzate meglio. La perdita di superfici vitate che inevitabilmente avremo nei prossimi anni accentuerà le difficoltà di tante cooperative che già oggi appaiono troppo piccole per essere economicamente sostenibili per la produzione di vini di prima fascia, e che per lo più commercializzano vino sfuso in cisterna trasferendo all’industria e al commercio gran parte del valore aggiunto. Diverso è il caso di quelle che possono produrre vini con elevato valore aggiunto per il prestigio acquisito dei territori in cui operano e anche per le loro maggiori capacità di impresa. Lo stato deve quindi nel primo caso favorire le fusioni, e l’acquisizione di figure di alto profilo professionale in grado di agire sulla qualità del prodotto a partire dai vigneti e sulla commercializzazione (agronomi, enologi, direttori commerciali, export manager, comunicatori). Meno acciaio inox e più laureati, anche se non è facile per le amministrazioni afferrare l’importanza del concetto e soprattutto spiegarlo ai viticoltori. E investire sul trasporto intermodale delle uve, perché la riduzione dei centri di vinificazione comporterà maggiori distanze dai vigneti. Sono ancora poche le cooperative che fanno una vera politica della qualità sulla loro intera produzione, e non solo su qualche vigneto selezionato: che sarebbe solo il primo passo, è meglio di nulla, ma i passi successivi sono più difficili.
A che punto siamo invece con la politica viticola di reimpianti ed estirpi?
Negli anni scorsi la politica ha voluto bloccare il trasferimento dei diritti di reimpianto tra le regioni tramite acquisto del diritto: vigneti estirpati in Sicilia e in Puglia (ma furono davvero tutti estirpati?) venivano reimpiantati al Nord, soprattutto in Veneto. E’ servito a poco, perché fatta la legge si è trovato l’inganno con fantomatici contratti di affitto: non potendo più acquistare semplicemente un diritto di reimpianto il viticoltore interessato al diritto affittava formalmente il terreno, quindi il tasferimento avveniva all’interno della stessa azienda, anche se in regioni diverse, e la legge era rispettata.
La logica dei politici del Sud era quella della “difesa del patrimonio viticolo”. Lodevole, ma velleitaria. Difendere un patrimonio che genera perdite invece che rendite non funziona, e infatti non ha funzionato. La sola Sicilia ha perso circa 40.000 ettari di vigneto solo negli ultimi 25 anni. Il paesaggio rurale è qualcosa che si evolve in continuazione, il vigneto aumenta o diminuisce nei decenni e nei secoli in relazione a molte diverse variabili, il clima, la disponibilità di manodopera o di meccanizzazione, ma soprattutto il mercato. L’obiettivo della politica non deve essere quello di difendere il primato mondiale della quantità di vino prodotto in Italia, ma quello di difendere e aumentare il VALORE della produzione, perché è il solo modo di difendere davvero il patrimonio viticolo stesso.
Infine bisogna studiare seriamente alternative colturali al vigneto e filiere alternative a quella del vino, in grado di offrire nuove prospettive agli agricoltori di determinate aree. Anche perché il cambiamento climatico rende sempre più difficile coltivare la vite e fare vini di qualità in zone molto calde anche d’inverno, come sono molte zone sub-costiere del sud.
Come immagini sarà il vino del futuro?
Per quanto riguarda il vino che verrà, quali vini saranno più graditi al mercato nei prossimi anni, gli esperti di marketing dicono la loro, ma in realtà siamo nel campo della divinazione. Un elemento chiaro è la grande segmentazione, non esiste un mercato del vino ma ne esistono molti e diversi. Le semplificazioni del tipo “si vogliono vini più leggeri” possono essere vere in parte ma solo in parte. Ad esempio gli stranieri che frequentano il Piemonte, Americani e nordeuropei, di solito si imbarazzano molto meno degli italiani a bere un vino di quindici gradi, forse perché hanno una cultura dei superalcolici che noi non abbiamo. In ogni caso fare vini meno alcolici con un clima che ci dà uve sempre più zuccherine è una sfida complicata, che riguarda più gli agronomi e i microbiologi che gli enologi. Lo sbilanciamento della domanda a favore dei bianchi e degli spumanti è un dato di fatto, e non credo che sia un trend passeggero. È legato in parte anche questo al cambiamento climatico, la stagione calda che si è prolungata, e in parte a un tipo di consumo meno legato all’abbinamento con i pasti tradizionali e più a consuetudini come l’aperitivo (o l’aperi-cena, che Dio mi perdoni) che ormai si pratica anche a casa e non solo fuoricasa, magari davanti alla tv o allo smartphone. Un orrore a vedersi per noi anziani, ma che ci possiamo fare?
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Questo articolo è apparso nel Numero #25 della Newsletter Slow Wine, per chi ama il vino buono pulito e giusto.
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