Il Verdicchio? Si chiama Bucci…

Ovvero di quel giorno in cui Ampelio si è raccontato agli studenti del Master Vino.

Si, perché a conclusione dell’anno di studi, per festeggiare il traguardo raggiunto, è stata organizzata una degustazione d’eccezione per i ragazzi del Master in Wine Culture, Communication & Management dell’Unisg di Pollenzo.

Nella sala degustazione della Banca del Vino, il direttore del master Michele A. Fino e il giornalista e docente Armando Castagno hanno dialogato col frizzante ottantenne Ampelio Bucci che, in inglese, si è prodigato a dispensare consigli ai neo-diplomati che hanno iniziato il loro percorso lavorativo nel mondo del vino.

 

Ampelio Bucci, Armando Castagno, Michele A. FinoSuperfluo soffermarsi sulla indubbia importanza di Bucci nella storia del Verdicchio e del vino italiano; piuttosto si vuole rimarcare quello che ha voluto comunicare e raccontare della propria esperienza.

Difficile esprimere l’emozione e l’entusiasmo di entrambe le parti, i “giovani vergini” e il “Re del Verdicchio”, che ha elargito – oltre alle quattro grandissime etichette in degustazione – anche perle quali «Innovate or Die», per citare Tom Peters, o anche «le basi del vostro business dovrebbero essere Looking for differences, Design for differences, Telling for differences. Perché ormai è troppo facile fare un vino “semplicemente” buono senza raccontare qualcosa di interessante».

Lui, che la metà del tempo vive a Milano, consiglia di girare tanto e passare parte del tempo fuori. Le migliori idee vengono da lì, quando si è lontani per un periodo e si pensa alle cose con una diversa visione.

 

Come nasce il mito

In quel di Ostra Vetere, nel cuore delle Marche, con più di 300 ettari coltivati la famiglia di Ampelio si dedicava all’agricoltura dal 1700. In una terra storicamente variegata dove alle vigne si affiancavano grano, mais, barbabietole, è stato durissimo assistere agli anni della globalizzazione durante i quali questi prodotti sono passati dall’essere ottima fonte di reddito a commodity acquistabili a basso costo all’estero.

 

Da qui la necessità di ribalta attraverso un prodotto di eccellenza. «Sono partito dall’etichetta, la volevo più classica possibile. Trovata quella, come fare il vino veramente buono? Semplice: imparare dalla Borgogna e dal loro rapporto con la terra».

Gli ettari di vigna sono rimasti volutamente una trentina in tutto, tra Montecarotto, Serra de’ Conti, Barbara; i vigneti volutamente piccoli, i pochi appezzamenti più vocati di ogni collina, alle giuste altitudini ed esposizioni; i vitigni volutamente locali, verdicchio su tutti e sangiovese e montepulciano per il Rosso Piceno.

 

Le rese basse, la produzione biologica, gli studi sui cloni e la nursery. Tutto fondamentale.

Ma quello che davvero ha distinto la maison è il blend della Riserva Villa Bucci: le uve di verdicchio sono selezionate solo dalle parcelle migliori per avere l’eccellenza di ogni zona.

La ricetta, poi, consolidata: 18 mesi nelle pregiatissime botti di Slavonia da 75 ettolitri e di oltre 80 anni di età, per una micro-ossigenazione perfetta, e poi almeno un anno in bottiglia.

 

«Blend è per me come un piatto per uno chef e il complimento migliore che mi si possa fare è dire di un vino “It tastes of Villa Bucci”. La riconoscibilità è il risultato che ricerco. Nel vino giovane è riconoscibile l’annata; nelle riserve diventa riconoscibile la mano del produttore, declinata in ogni annata».

 

E così siamo andati indietro con gli assaggi fino al 2005 per scoprirlo.

 

Per avvinare la bocca il Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. 2018. Se il vino “base” (senza volerlo sminuire) è così buono, figuriamoci gli altri – ha detto sottovoce la ragazza seduta vicino a me durante la degustazione. È fragrante e dinamico.

 

Poi le riserve. Per il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Villa Bucci 2016 non riesco a trovare commento migliore di questo: «È pazzesco per definizione, dettaglio, sfaccettature e allungo. Come solo lui sa fare, si esprime con fascino e vitalità, tessitura perfetta, finale sapidissimo e incredibile equilibrio» (motivazione del premio Vino Slow, pubblicata in guida Slow Wine 2019).

 

Il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Villa Bucci 2008 (magnum), da un’ottima annata nel centro Italia, è un vino complesso e completo. Finalmente idrocarburo, non eccessivo in bocca, ma anche cera, miele amaro, “dark mineral”. Sentori terziari senza alcun tipo di ossidazione, né opulenza.

 

Infine il Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Villa Bucci 2005 (magnum), di grande carattere nonostante l’annata difficile. Speziatura ma non pesante, frutta esotica ma non dolce, con un finale iodato e agrumato quasi avesse 10 anni di meno.

 

Il 2016 forse è il vino che nel tempo reggerà meglio ma quello che ci colpisce di più è il 2005, per la sua lunghezza e freschezza. E a detta di Ampelio cambia ogni mese le sue sfumature.

 

Organizziamo subito un’altra degustazione per verificarlo?

 

Villa Bucci