Il Soave agli irti colli giganteggiando sale… (verticale dei vini di Gini)

L’appuntamento al Domaine Gini era fortemente atteso e viatico ad una intensa giornata di cultura del vino. Sì, perché questa è stata l’affermazione vera, la sostanza, il ricevimento scaturito dai pur straordinari libiam che si sono succeduti.

Gioia e sottile tensione emotiva trapelavano dal nostro gruppo di Slow Wine Veneto fin dall’inizio, percependo le elettriche good vibrations che fluivano nell’aria settembrina di Monteforte d’Alpone. Tra il bosco e le vigne, rinfrancato il passo, lo svelarsi del cezanniano cru La Froscà, figlio di vulcaniche eruzioni, con il cuore chiamato Salvarenza, grand cru omerico capace come San Giorgio di scacciare il drago della fillossera, veniva materializzandosi in noi il significato profondo di terroir. La mano coglieva quella roccia nera uscita dalla notte dei tempi, fil rouge dei colli scaligeri intorno e custode maieutica delle celle in cui si forgiano i suoi vini.

Avevamo detto con Claudio e Sandro Gini una verticale per capire, sviscerare il nodo di uno dei bianchi storici e più famosi dello stivale più bello del mondo. Diligentemente comme les enfants alla prima della scuola abbiamo cominciato ad innervare i nostri sensi, le nostre papille gustative, i nostri stomachi e l’anima nostra di quella cultura viessù annunciata.

Assolutamente sconvolgente la lezione del Soave Classico. Un vino di tutti i giorni che chiunque può acquistare, assumere ed esprimere la dimensione di un grande. 2020: luminoso dorato, fiori d’uva, sottile, delicato, erbe aromatiche, sambuco, pesca, mela. What else? 90 punti. 2016: attacco di muffa nobile, finissimo, lungo, interminabile. 95 punti. 2011: acacia, bosco, siepi, idrocarburi, potenza e finezza, prugna gialla, mandorla, minerale. 93 punti. 2005: grande armonia e complessità, miele, pieno, avvolgente. 92 punti. 2002: il brutto anatroccolo, la peggior vendemmia degli anni duemila con il magico abbraccio della botrite ha partorito un vino inarrivabile. Ficcante l’intuizione di Patrizia (Loiola): un cespuglio di rosmarino. 100 punti. 1996: freschezza stupefacente, finezza, eleganza e frutto integro, semplicemente delizioso. 94 punti.

Il cantico della Froscà. 2018: estremo rigore di pulizia nel senso di candore, di purezza, di note mozartiane, l’appaganza delle membra, très jeune mais pour la garde. 97 punti. 2016: l’eleganza esponenziale, Carla Fracci, Capucine, Van Basten, Bolle, quasi impercettibile, un filo di vento fra Murano, Burano e Torcello, quando il sole, chiudendo la sua quotidiana fatica, s’inchina in un estremo omaggio a Venezia. 2014: ancora uno schiaffo alla malasorte dell’annata, immenso. 96 punti. 2012: idrocarburi a gogo come direbbe il grande vignaiolo Elio Altare, prendilo, acchiappalo e non lasciarlo mai sfuggire. 95 punti. 2010: l’oro degli Aztechi, la ricchezza che inebria, la voce di Beniamino Gigli, il calore di una madre che allatta, socratico. 96 punti. 2005: erba di seta, frutto delizioso, prorompente, in una parola buonissimo, rimembrando il principe Alceo di Napoli Rampolla. 91 punti. 2001: la ciaccona della mandorla nel riverbero degli anni, scuotente le membra, palpitando gli occhi. 90 punti. 1996: sontuoso, la quintessenza del Soave, quello che tutti vorrebbero avere. 96 punti. 1990: grande vitalità, estro armonico, identità, tenuta, fiori inebrianti. 89 punti.

Contrada Salvarenza, guerra e pace del Soave. 2018: molto fine, intriga con i suoi sentori di pampini corroboranti ed erbe fitte che intersecano con trama fiamminga, coinvolgente. 93 punti. 2016: bouquet che invita al valzer come la musica di Carl Maria Von Weber, spargendo ampolle di profumi che vengono dai prati dell’Altipiano di Mario Rigoni Stern, giovanissimo splendore. 96 punti. 2013: in un momento che induce all’abbandono, Gauguin e la sua Polinesia, completo, grandissimo. 98 punti. 2010: sontuoso, ricco di frutto, polposo e succulento, anche grasso, avvolgente. 94 punti. 2008: la dolce carezza delle erbe, l’introduzione alla liquirizia, un’ostinata e personalissima direzione. 93 punti. 2002: alto, nonostante il tappo, come già in passato aveva confermato. Senza voto. 1999: Il Signore delle Cime dei Crodaioli di Bepi de Marzi trasognato nel bicchiere, quale inno al Soave più di questo? 100 punti. 1995: ancora un tappo non dei migliori, ma chi se ne frega, lo beviamo lo stesso. Senza voto. 1990: il Novanta, spartiacque dell’enologia, ponte di accesso al futuro, anche nei Gini una meraviglia che fa risuonare la Sinfonia dei Mille di Gustav Mahler. 97 punti.

E infine un unicum, il Soave Classico Superiore Mons Fortis 1989, dedicato a Monteforte: incredibile tenuta, superba prestazione, un passato fantastico che scalpita per ritornare.

Ai Gini, partendo dai giovani, che ci hanno dato quest’allegria, un infinito ed affettuoso grazie.

 

Au revoir les enfants