I pionieri del Santa Maddalena

C’è stato un tempo in cui l’Alto Adige era fra i primi territori italiani in fatto di export di vino, con una percentuale di oltre il 35% delle esportazioni totali, in cui era famoso per i propri vini rossi ottenuti da uva schiava e in cui bere un bicchiere di Santa Maddalena era un lusso per i sudtirolesi.

Erano gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, e noi ce li siamo fatti raccontare dai pionieri delle colline del Santa Maddalena.pionieri Santa MaddalenaI pionieri

 

«Ho iniziato a muovere i primi passi nella cantina di famiglia nel 1956 – ricorda Toni Rottensteiner di Tenuta Rottensteiner – in quegli anni i mercati principali per l’Alto Adige erano la Svizzera, che aveva un potere di acquisto importante e che comprava soprattutto Santa Maddalena, l’Austria e la Germania, dove si vendeva, invece, il Lago di Caldaro.
Il vino era commercializzato sfuso e trasportato tramite la ferrovia.»

All’epoca il Santa Maddalena era uno dei vini più conosciuti e più cari della regione. Già dopo la prima guerra mondiale, infatti, i contadini si erano impegnati per migliorarne la qualità e nel 1923 avevano fondato, fra i primi in Italia, un consorzio volontario che ne tutelasse la produzione.

“Gli svizzeri amavano il Santa Maddalena, un rosso più morbido e meno acido di quelli prodotti nelle loro zone, e non c’era un ristorante elvetico che non lo avesse in carta. – racconta Heinrich Plattner di Cantina Waldgries –

«Da ragazzo, ero curioso di capire come fosse lavorato il Santa Maddalena che inviavamo ancora feccioso all’estero. Ecco perché, dopo il diploma, ho fatto uno stage in Svizzera e, una volta tornato in Alto Adige, ho subito comprato un filtro e ho imbottigliato il mio primo Santa Maddalena. Era il 1969, l’imbottigliamento era fatto interamente a mano e vendevamo il vino a 500 Lire a bottiglia.»

Qualche anno più tardi, nel 1971, per il Santa Maddalena è il momento della DOC, la prima dell’Alto Adige, e il disciplinare impone regole rigide in fatto di vitigni ammessi e rese per ettaro.

«Già prima dell’approvazione della normativa sulla DOC avevamo iniziato a ridurre le rese in vigneto perché sapevamo che era necessario per aumentare la qualità dei vini. – spiega Franz Gojer di Cantina Glögglhof – Per i nostri genitori, che avevano vissuto la guerra, però, il diradamento era un sacrilegio: non bisognava sprecare quello che Dio regalava.»

L’approvazione della DOC rappresenta un momento importante per il Santa Maddalena, aumentano la qualità e i controlli sui vini e la contrazione delle rese per ettaro, e quindi degli ettolitri prodotti, comporta anche un fisiologico rincaro dei prezzi.

Nel frattempo, però, il mercato inizia cambiare, il costo dei trasporti diminuisce e cresce la concorrenza sul mercato estero di altri vini.

Si arriva, così, agli anni più difficili per il rosso delle colline di Bolzano: all’inizio degli anni ’80, infatti, c’è un improvviso crollo del mercato del Santa Maddalena, che viene sostituito, in particolare in Svizzera, da vini più economici quali il Merlot del Veneto e i rossi del sud Italia e della Spagna.

«Sono entrato nell’azienda di famiglia nel 1982, proprio nel periodo più complicati per i rossi sudtirolesi. Mio padre mi disse che forse non sarebbe riuscito a pagarmi lo stipendio, ma ho tenuto duro. Per fortuna avevamo dei clienti svizzeri affezionati, che non ci hanno abbandonato e, pian piano, siamo riusciti anche ad aumentare la produzione, arrivando a imbottigliare il 100% del vino prodotto.» ricorda Georg Ramoser di Cantina Untermoserhof .

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Tempi incerti

Sono tempi d’incertezze per i produttori del Santa Maddalena, che devono trovare il modo di reinventarsi e conquistare nuovi pubblici. Un’esigenza che si fa viva anche negli anni a seguire, in particolare a partire dagli anni ’90, quando il vigneto altoatesino incomincia a cambiare colore a favore dei vitigni a bacca bianca e la schiava subisce un fitto processo di spianto.

Forti di un terroir particolarmente vocato, di microzone d’eccellenza e di una tradizione secolare, però, i produttori di Santa Maddalena, non solo resistono alle difficoltà, ma rilanciano investendo su nuovi impianti, su una produzione sempre più rigorosa e attenta e su nuove lungimiranti etichette: «Nel 1987 ho iniziato a imbottigliare separatamente la selezione di vigna Rondell perché mi ero reso conto che si trattava di un vero e proprio Cru.» spiega Franz Gojer di Cantina Glögglhof.

Dopo di lui, tanti produttori hanno deciso di affiancare l’etichetta classica di Santa Maddalena a una seconda etichetta prodotta da una singola vigna, o da una particolare selezione di uve, e vinificata con macerazioni e maturazioni prolungate. È il caso, ad esempio, di Hannes Pfeifer della cantina Pfannenstielhof:

«Respiro Santa Maddalena da quando sono bambino, ho iniziato a imbottigliare con mio papà nel 1970 e, negli anni ho sperimentato molto in cantina e sono uscito sul mercato con nuove etichette per non smettere di esplorare le possibilità espressive di questo vino.»

Colline Santa Maddalena

E il futuro?

Oggi il testimone di Toni, Heinrich, Franz, Georg e Hannes sta passando nelle mani delle loro figlie e dei loro figli: una nuova generazione entusiasta e convinta del valore di questo territorio.

«È importante raccontare tutte le sfaccettature di questa zona e di questo vino – conclude Josephus Mayr, vignaiolo alla guida della cantina Erbhof-Unternganzner e Presidente del Cons orzio per la Tutela della Produzione del vino Santa Maddalena – e i giovani lo stanno facendo con convinzione e ci stanno sorprendendo con scelte coraggiose e con etichette territoriali e ambiziose, che puntano a riportare il Santa Maddalena ai successi del passato.»