Graziano Prà

Un amico di famiglia per Slow Food – ne ha infatti anche assistito alla fondazione – ospite a La Banca del Vino: Graziano Prà.

Una storia che parte sul finire degli anni Settanta, dopo il diploma di Graziano in Enologia, con la ricerca di una prima cantina dove mettere in pratica gli insegnamenti della scuola; all’epoca i Prà potevano contare su due campi e mezzo, meno di un ettaro, che ora sono diventati 34 in totale, 29 nel Soave e gli altri in Valpolicella.

La prima etichetta arriva nel 1983 e a inizio anni Novanta anche una cantina propria «con addirittura un tetto, un pavimento e la prima tanto agognata pressa, una “Cognac 40hl” con cesto in legno fatta arrivare dalla Sicilia».

Subito dopo arrivano la consapevolezza e la convinzione che anche il Soave avesse grandi potenzialità, nonostante fosse comunemente considerato un cheap wine. Bisognava imporre una nuova idea di bianco veneto secco di livello attraverso un prodotto da far conoscere nella maniera giusta.

Le guide non tardano ad accorgersene, da fine Ottanta in poi, così come le riviste straniere. Recentemente è arrivata anche la definitiva consacrazione a livello internazionale con importanti premi per il Soave Classico Otto.

«Ho scelto di fare vino dove sono nato, a Monteforte d’Alpone, e di rendere grande il Soave senza scendere a compromessi. Sono un purista soprattutto nell’uso del vitigno garganega. Se questo vino è diventato importante è proprio perché si distingue, è unico al mondo; allora perché farlo assomigliare a qualcos’altro utilizzando vitigni molto più aromatici e riconoscibili?»

Si riferisce alla recente (2009) ammissione di altre 5 uve a bacca bianca all’interno del disciplinare del Soave, per un massimo del 5%, che Graziano ritiene troppo varietali e predominanti.

Come pochi altri produttori Graziano continua invece a seguire la tradizione: usare esclusivamente garganega, eventualmente con un saldo di trebbiano di Soave, vitigno che sulla componente aromatica influisce poco, ma fondamentale per pH, spalla acida e longevità.

Zona di elezione per la produzione dei Prà è il Monte Grande, comune di Monteforte d’Alpone, nel cuore del Soave Classico: coni vulcanici levigati composti da terra nera minerale, basalti sbriciolati.

L’ultima acquisizione è invece sul Monte Bisson, uno spuntone di roccia solitario, un unico punto calcareo e non vulcanico, seppur a soli 4 km di distanza: suolo poverissimo con appena 20 cm di terra.

 

I percorsi di assaggi durante la serata:

Staforte

Prodotto con selezione di uve di tutti i vigneti di Monteforte (che intorno all’anno Mille era chiamato Staforte), è un vino “da uva fresca” elevato almeno sei mesi in acciaio sui lieviti, con bâtonnage frequenti, come i grandi vini francesi. È minerale, moto longevo, molto Soave.

Assaggiamo il Soave Classico Staforte 2014: rubricata troppo velocemente ad annata minore, ha oggi sapidità e tensione acida. Molto intrigante. E il Soave Classico Staforte 2012: annata dall’andamento più normale, come quasi tutte quelle degli anni Duemila, eccezioni a parte. Qui purtroppo il tappo non ha aiutato e il vino risente di un’ossidazione troppo marcata.

«Sono per questo grande fan del tappo stelvin – dice Graziano – è il futuro e non bisogna avere pregiudizi. Non è certo indice di bassa qualità e non deve quindi assolutamente influire al ribasso sul prezzo del vino. Io ormai tappo quasi il 50% della produzione con vite e non tornerei mai indietro».

 

Monte Grande

Qui non parliamo più di uve fresche ma “preparate”: con la prima luna calante di settembre (in modo che la vite lignifichi prima) viene tagliato il tralcio della garganega nel cru Monte Grande, poi i grappoli appassiscono naturalmente in pianta per circa un mese.

Nel frattempo il trebbiano di Soave (primo vitigno a essere vendemmiato a settembre) fermenta da solo, da uve fresche. A fine fermentazione vengono assemblate le due masse e il blend passa in botte da 30 ettolitri per un anno, sur lie ma senza bâtonnage. È predisposto grazie a corpo e struttura ad un lungo affinamento in bottiglia.

Con la stessa uva di partenza parliamo di due vini totalmente diversi, Staforte e Monte Grande, ma il fil rouge è certamente la sapidità.

Una mini verticale: il Soave Classico Monte Grande 2017, caratterizzato da un accenno di sentori di legno al naso che svanisce in bocca; è più fresco che sapido, elegante e avvolgente. Se nella prima etichetta spiccava l’acidità qui invece risalta la rotondità, il corpo.

Nel Soave Classico Monte Grande 2008 un cambio drastico di struttura: naso vulcanico e sulfureo, bocca verticale e salina. In un’annata così calda si temeva potessero perdersi gli aromi che invece hanno retto benissimo.

Infine il Soave Classico Monte Grande 2005, che arriva sussurrato, in punta di piedi, poi si apre e risalta il corpo dato dal taglio del tralcio e dall’appassimento.

 

Otto

Concludiamo con il Soave Classico Otto 2010. Alla cieca Graziano sfida tutti a negare che sembri un riesling, con note di pietra focaia e idrocarburo, senza scadere nella banalità. Dopo 10 anni è in splendida forma, integro e verticale, con una grande struttura a sorreggere l’allungo sapido.

Annata bellissima, la prima in cui il Consorzio ha permesso l’utilizzo dello stelvin: «Che ne dite, come si è conservato con questo tappo? Ci sono lo stesso potenzialità di invecchiamento? Il bicchiere parla da solo».