Fontodi e il valore del tempo

Il tempo è un ingrediente imprevedibile e sorprendente, in quanto smussa gli spigoli di vini scontrosi in profumi e morbidezze che suscitano incanto. Il passare degli anni è oggi un elemento di valorizzazione fondamentale per una bottiglia, non è però una moda attuale: anche gli antichi Romani apprezzavano il vino invecchiato, talvolta anche venti anni, come scrive il Columella. Questo perché da sempre si apprezza lo sviluppo di aromi e sentori più complessi, stratificati, evoluti. Forse perché il vino è come l’uomo, il passare degli anni fa sedimentare sempre più sfaccettature.

Parlando di storia, la Banca del Vino ha ospitato Giovanni Manetti, proprietario di Fontodi e presidente del Consorzio Chianti Classico, per raccontare la sua azienda e gli oltre 30 anni di gestione attraverso i suoi due vini più importanti: il Flaccianello della Pieve e il Vigna del Sorbo, entrambi nelle annate 2013, 2006 e 1993.

L’azienda di Panzano si trova in una zona calda delle colline chiantigiane e può vantare la maggior parte dei propri vigneti nella Conca d’Oro, a tutti gli effetti un Grand Cru. Per queste ragioni il Chianti di Panzano ricorda il Brunello, con i complessi sentori di cuoio, tabacco e aromi di spezie dolci che persistono in bocca a lungo. Giovanni ci ha raccontato come Fontodi interpreta il territorio portandoci in viaggio con due grandi vini, due storie del centro del Chianti.

Il Flaccianello della Pieve fa parte del filone dei “Supertuscan”, ovvero quei vini prodotti senza alcuna denominazione, a partire dagli anni’70, per aggirare l’obbligo di aggiungere uve bianche nel blend e quindi produrre vini più robusti e importanti. Nacque per valorizzare appieno la selezione dei vitigni del territorio. Originariamente vino da singolo vigneto, dal 2001 è un blend delle migliori uve dell’azienda, espressione piena di Fontodi come produttore.

Il Vigna del Sorbo parla invece una lingua diversa, infatti nasce come prodotto di un singolo vigneto, ma con 10% di cabernet sauvignon. Negli ultimi anni però l’azienda ha deciso di eliminare questa percentuale di vitigno internazionale per dare più spazio al sangiovese.

Dal primo Flaccianello all’ultima forma del Vigna del Sorbo: un cerchio che si chiude, tracciato dal racconto di questi vini.

Bottiglie di questo calibro raccontano non solo il territorio ma anche la storia delle mani che hanno lavorato duramente nei vigneti e in cantina, del tempo speso per conservare, assaggiare, valutare e ponderare, le scelte fatte per esprimere al meglio il prodotto dell’annata. Anche questo è frutto del passare del tempo, ingrediente necessario ed essenziale del vino.

 

Questi i vini della serata:

Vigna del Sorbo

2013

Il Vigna del Sorbo, dal 2012, non ha cabernet sauvignon nel blend. Ci troviamo quindi di fronte a un sangiovese in purezza, figlio di un’annata climaticamente regolare. Tannini ancora ruvidi e struttura rocciosa; Giovanni assicura il grande potenziale d’invecchiamento di questo vino, fruttato e dalla nervosa e fresca scodata acida finale.

 

2006

Vino dalla beva esagerata, quasi un succo. Al naso le note di tabacco tipiche di un Sangiovese maturo, frutti rossi sotto spirito e lievi sentori di liquirizia. Il 2006 ha prodotto alcuni dei Chianti con le acidità più spiccate di sempre, e si percepisce in questo Vigna del Sorbo che si mantiene giovane e fresco nonostante abbia spento la tredicesima candelina.

 

1993

Il Vigna del Sorbo purtroppo più debole, forse perché il confronto è con il Flaccianello 1993, davvero un capolavoro. Vino esile, dove emergono i caratteri verdi tipici del cabernet. Insieme al finale balsamico, il sorso si arricchisce grazie a un piacevolissimo sentore di porcino fresco.

 

Flaccianello della Pieve

2013

Robusto e dal colore rubino intenso. Sembra che, rispetto al Vigna del Sorbo, necessiti di altro tempo per trovare la forma ideale. I tannini fini hanno bisogno di qualche anno per raggiungere la piena integrazione. Filo rosso di questa etichetta è la nota balsamica, accompagnata da sentori di tabacco nel retrobocca.

 

2006

Lo stesso sentore di tabacco al naso, piuttosto umorale, accompagna un’altra similitudine: il confronto con il Vigna del Sorbo mostra come il Flaccianello abbia bisogno di più tempo per aprirsi. Un vino robusto, di grande massa e dal colore ancora quasi impenetrabile.

 

1993

«Probabilmente uno dei migliori assaggi del 2019 in Banca del Vino», esordisce Giancarlo Gariglio subito dopo l’assaggio. Unico Flaccianello da singolo vigneto e non da blend, è armonico, estremamente complesso negli aromi di caffè, spezie dolci, cuoio, e un elegante finale balsamico dai sentori tartufati.
Un vino memorabile che esprime appieno l’importanza del Flaccianello per l’enologia italiana.