FonTana libera tutti!

È bello ogni tanto stravolgere la routine e osservare da una nuova prospettiva le cose più familiari. Potrà sembrare banale ma anche la degustazione, didattica, precisa, ordinata, a cui siamo abituati può avere un altro sapore semplicemente unendo i tavoli e sedendoci tutti intorno per dialogare insieme e stimolare il confronto.

Specialmente se a condividere il proprio percorso c’è Mario Fontana. E non la sua storia di barolista affermato – Cascina Fontana, Chiocciola Slow Wine a Perno di Monforte – ma il cammino che ha portato quel “tipo libertario e anticonformista, di 52 anni e 34 vendemmie”, parole sue, a prendersi la libertà di produrre un nuovo vino che rappresentasse la sua personalità e la sua incessante curiosità.

Libertà. Libertà è la parola che più è tornata nel discorso in quella eterogenea tavolata. Una libertà che non è certo la strada più facile a livello commerciale, specialmente se si produce in zone dove le denominazioni sono davvero “attraenti” per il consumatore e si cerca quindi di rispettare canoni e restrizioni molto più comode.
Libertà che è anche coraggio, nel fare ad esempio un “semplice” vino rosso da uve nebbiolo di uno dei migliori cru di Castiglione Falletto o di La Morra, per non essere in questa esperienza produttiva sottomesso ai vincoli di legislazioni viticole e obblighi enologici.

Mario Fontana ha perciò stravolto la disposizione della sala degustazione in Banca del Vino; condiviso formaggio, salami e salumi – buonissimi tra l’altro – e raccontato la sua idea di libertà. Il Vino Rosso è stato solo un tramite.

«Seguo la mia idea di vino come seguo la mia idea di vita».

E quando gli viene chiesto com’è nato il Vino Rosso – certo non per fare soldi dato che sono uve da Barolo vendute a prezzo di vino da tavola – la prima spontanea risposta è stata: per divertimento! Poi per merito della curiosità. Cosa ne pensi di un vino senza solforosa? Era una domanda che gli veniva posta sempre più spesso, ma a cui non voleva dare risposta non avendolo mai fatto. E allora ha dovuto provare.

 

 

Solo in un secondo momento l’hanno assaggiato i ragazzi di Triple A ed è stato l’inizio di un percorso comune: c’era molta più affinità di quanto si credesse tanto da rientrare in brevissimo tempo nel loro catalogo.
Nate per dare agli appassionati una direzione, una guida, per orientarsi in questo universo vastissimo che è il mondo del vino, le Triple A includono solo vignaioli che seguono un preciso protocollo, un decalogo redatto nel 2001, tracciando dei confini noti e rassicuranti che rimangono però unici e originali in ogni produttore.
La selezione di Velier si è trasformata in questi anni in una voce autorevole e punto saldo di molti amanti del vino per far conoscere i vigneron, italiani e non, che fanno del contatto diretto con la propria terra, degli interventi tassativamente estranei alla chimica e dell’uso del proprio savoir-faire un caposaldo imprescindibile e che aggiungono il loro estro creativo come ingrediente segreto per vini di grande carattere (non a caso le tre A stanno per Agricoltori Artigiani Artisti).
Da circa un anno è nata una collaborazione tra la Banca del Vino e Triple A che vedrà il pubblico pollentino sempre più coinvolto in eventi e dibattiti.

Due punti fondamentali affrontati con Mario sono stati quello dell’anidride solforosa e quello dei lieviti indigeni. Entrambi basilari nella filosofia Triple A che in decalogo affrontano proprio questi due concetti: “i vini possono nascere solo…

  • da mosti ai quali non venga aggiunta né anidride solforosa né altri additivi. L’anidride solforosa può essere aggiunta solo in minime quantità al momento dell’imbottigliamento.
  • utilizzando solo lieviti indigeni ed escludendo i lieviti selezionati.”

La scelta di non usare SOin questo vino rappresenta per Mario sì un esperimento, ma anche un modo per comprendere come lavorare meglio su altri vini, dove la solforosa viene aggiunta – sempre in quantità minime – e come approfittare dei vantaggi enormi che derivano da un uso sapiente e una regolazione ponderata.

«In effetti, a dispetto delle apparenze, anche la solforosa può dare libertà al vino. Certo è difficile perché ci sono tante variabili e bisogna trovare limiti e misure. Nei tre assaggi 2017, 2018, 2019 siamo sui 19 milligrammi di solforosa totale… ed ecco che adesso non ci crede più nessuno che non è stata assolutamente aggiunta!»

Per quanto riguarda l‘utilizzo esclusivo di lieviti indigeni si tratta anch’esso secondo Mario di un sinonimo di libertà per proteggere l’identità del terroir contro ogni standardizzazione da laboratorio e appiattimento organolettico.

«È fondamentale trovare la complessità in ogni bicchiere, non categorizzare la naturalità ma comprendere che è un comportamento spontaneo per alcuni produttori. Il vino è espressione del carattere di ogni vignaiolo, non espressione di una tradizione immutabile e consolidata di un territorio. Ogni produttore ha il proprio obiettivo e dovrebbe anche avere la libertà di perseguirlo senza compromessi».

Trovo bellissimo che ci sia questo forte legame tra personalità del produttore e vino prodotto, un vino, come in questo caso, ragionato e dotato di spontaneità caratteriale, figlio di un vignaiolo che si è fidato dell’ambiente e del proprio intuito.
Il Vino Rosso di Cascina Fontana è di una complessità che lascia spiazzati, senza neanche la necessità di indagare se ha una denominazione, tanto più visto che è un vino che il mercato classifica come rosso da tavola. È profondo e conviviale, di grande personalità e mai eccessivo, serio e gioviale allo stesso tempo.

Grazie Mario e… viva la libertà!