Due motivi di leggera tristezza mentre percorri la pianura friulana

In questi ultimi giorni ho percorso più volte le campagne del nord-est, in particolare la pianura friulana che va dal Tagliamento all’Isonzo; l’ho fatto praticando strade secondarie, di campagna, utilizzando poco l’autostrada e le statali o provinciali più trafficate.

Ho attraversato quindi le terre dove sono nato e dove ho trascorso la mia giovinezza: luoghi che percorrevo in bicicletta prima, poi in motorino e infine con qualche auto degli amici più grandi.

Terre che sono sempre state “pianura tra virgolette”, mi verrebbe da dire, nel senso che non ci sono mai stati paesaggi particolarmente articolati o squarci mozzafiato: tutti sanno, e si sono accorti, che le pianure sono particolarmente “piatte” e molto spesso anche noiose da un punto di vista estetico e paesaggistico.

Però mi ricordo una bella campagna, dove è vero che cominciava ad imperare la monocultura del mais ma dove trovavi ancora parecchi filari di gelso (il morar, in friulano), vari alberi da frutta, coltivazioni orticole anche piuttosto estese, boschetti e pioppeti. In seguito la coltivazione del mais ha cominciato a diventare imperante, nonostante il breve periodo di concorrenza (fine anni Settanta) in cui molti agricoltori hanno cominciato a seminare la soia, per poi tornare presto indietro e dedicarsi nuovamente al mais.

Oggi – mi è parso piuttosto evidente guardandomi attorno, durante questi spostamenti da un paese all’altro per strade di campagna – la monocoltura del mais ha un altro serio concorrente: la monocoltura della glera!

Non dico della vite, ma proprio della glera, perché in queste terre di pianura negli ultimi anni è stata piantata solo questa varietà di vite, che è inutile dirvi che serve a produrre quel gran fenomeno commerciale che si chiama Prosecco.

Questo è stato il primo motivo di leggera tristezza: a una monocoltura se ne sta affiancando un’altra. Non è un passo nel senso della biodiversità, di un ritorno a una pianura più variegata nelle sue coltivazioni, ma solo la somma di due monocolture.

Mais e glera convivono negli stessi terreni, uno accanto all’altra, come vi potrei documentare con tante altre foto oltre a quelle che appaiono in questa pagina. Con i collaboratori di Slow Wine ci siamo posti una domanda, in modo scherzoso (ma non troppo): chi sbaglierà tra i due coltivatori, quello che continua a fare mais o quello che si è dedicato alla glera. La risposta è piuttosto facile: se in passato quel terreno è sempre stato un campo di mais vuol dire che non è proprio “il massimo” per coltivare la vite! E quindi il produttore di glera sta sbagliando.

Ma d’altro canto con quello (poco, pochissimo) che ti pagano il mais perché ti ostini ancora a produrlo, vista poi la generosità con cui ti acquistano la glera!

Quindi la conclusione è stata, anche qui un po’ tristemente ma anche un po’ ironicamente, questa: sbagliano entrambi i coltivatori 🙂

Il secondo motivo di leggera tristezza riguarda invece il consumo esorbitante e inappropriato di acqua.

Siamo in una delle regioni più piovose d’Europa, dopo un mese di maggio piovosissimo che ha riempito ogni falda possibile; in questi giorni peraltro ci sono state alcune piogge serali che, se da un lato hanno aumentato l’afosità durante il giorno, dall’altro hanno portato ulteriore acqua alle piante. Problemi di siccità non ce ne sono, la natura è pienamente rigogliosa.

Ebbene un po’ dovunque ho notato impianti di irrigazione in piena azione, come se ce ne fosse realmente bisogno.

Peraltro mi sono accorto che si sta imponendo una prassi decisamente curiosa, con grandi tratti di insostenibilità: come potete notare nella foto qui sotto, in fondo allo stradellino che separa il campo di mais (a destra) dal vigneto a sinistra c’è un enorme attrezzo per pompare acqua dal pozzo e irrigare con il sistema degli alti spruzzatori a pioggia. Se fossi passato da questo luogo solo un’ora prima li avrei fotografati in azione, mentre irrigavano, come d’abitudine, il campo di mais. Ma avrei anche potuto fotografarli mentre irrigavano – con tecnica assolutamente “innovativa” e inusuale – anche il vigneto di glera, esattamente nello stesso modo e con la stessa attrezzatura, ancora presente in campo, con cui si irrigava anni fa quello che oggi è vigneto ma prima era anch’esso campo di mais.

Uno spreco di acqua che serve solo per “gonfiare” ulteriormente la glera, per non perdere quella decina di quintali di uva in più che potrebbe portare il raccolto ben oltre la soglia dei 300 per ettaro. Quindi ben aldilà dei limiti consentiti dalla legge…

Per fortuna che questi momenti di leggera tristezza sono evaporati appena sono arrivato a ridosso del Collio e soprattutto della Brda slovena 🙂