Di padre in figlio: Domenico, Stefano e Federico Almondo

“Di padre in figlio”, la rassegna di degustazioni che esplora i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nei nostri territori vitivinicoli preferiti, si è aperta con Domenico, Stefano e Federico: «tre Almondo alla conquista del mondo».

È la storia di un cambio generazionale in una delle aziende faro del Roero, denominazione che per anni ha vissuto all’ombra di vicini “ingombranti”: ​un territorio di grande valore e grande fermento grazie al lavoro dei ​senior,​ gli anziani – che anziani ancora non sono – che hanno dato vita alle aziende e degli ​young,​ i figli che hanno saputo mantenere le cantine al passo con i tempi.

Sperimentazione è la parola, per l’una e per l’altra generazione, alla base della discussione tenutasi presso la Banca del Vino. La voglia di cercare la propria strada prima, per sfruttare le potenzialità del territorio in tempi poco sospetti, come poi l’intraprendenza nel perseguire nuove strade e tecniche: un tentativo ben riuscito di ripensamento stilistico senza andare a stravolgere la tradizione.

almondoDomenico, una persona che si è spesa per l’intero territorio e non solo per la propria azienda, racconta come il cambio generazionale, sempre più avvertibile nel Roero e nel resto d’Italia, stia dando nella maggior parte dei casi un valore aggiunto a tutto il comparto: viaggiare, studiare, confrontarsi con vignaioli coetanei di altri territori (e soprattutto avere la possibilità di assaggiare e bere più dei padri!) sono i punti di forza della nuova generazione.

 

«Ho iniziato proprio quando in tanti si erano arricchiti travestendosi da contadini, negli anni del metanolo, negli anni dei vini adulterati e fabbricati. Sono orgoglioso che i miei figli, trentenni, siano coscienti di quello che è stato e facciano continua ricerca. Così diversi caratterialmente, Stefano e Federico sono accomunati dalla serietà: ogni anno è diverso dagli altri e loro, così preparati, possono portare la giusta innovazione senza stravolgere lo stile».

I due fratelli, l’uno più impegnato nelle attività commerciali, l’altro negli aspetti tecnici di vigna e cantina, concordano che dalle discussioni e dal confronto nascono le idee migliori: «l’importante però è fare tutti e tre lavori diversi e ben distinti!».

 

Il Bricco delle Ciliegie

Partendo dai primi 2 ettari, a piccoli passi la Almondo è arrivata ai 21 odierni, nella zona nord del Roero, al confine con l’Astigiano.

La vigna indubbiamente più suggestiva è il Bricco delle Ciliegie a ​Montà​, una collina tra le più alte della denominazione con i suoi 370 metri di quota. La scelta del nome è facilmente intuibile (ricordiamo che il Roero è stata a lungo una importante zona frutticola). Bella paesaggisticamente e ricca per i diversi suoli e ceppi che vi giacciono, il vero successo di questa vigna è nel terreno.

Si è soliti pensare subito alla sabbia quando si parla di suoli roerini, ma è meno risaputo che il Roero è anche un mosaico di isole di argilla. Se nelle zone arenarie le piante sono magrissime e producono poco (vino con scarsa struttura ma alta salinità e finezza dei profumi), nelle zone d’argilla, con i suoi sali minerali e grasso materico, la vegetazione è ricca e folta. Il Bricco delle Ciliegie è un perfetto mix tra le due e le piante, tra i 60 e i 40 anni di età, sono in grande equilibrio.

 

Roero e Roero Arneis

Nel passaggio con la nuova generazione si è intervenuto non tanto in campo agronomico (Domenico, da vero pioniere, era già da tempo sulla retta via con l’abolizione di diserbanti e concimi chimici) quanto in ​quello enologico. L’impegno di entrambe le generazioni era elevare l’Arneis a vitigno serio, da bianco frizzantino e con residuo zuccherino quale era, sfatando le due convinzioni che fosse un “vinello leggero” e senza potenzialità di invecchiamento. Con i suoi 7 milioni di bottiglie l’Arneis è un prodotto davvero trainante per il territorio e adesso si punta a dargli complessità e concentrazione. ​Per aiutare il consumatore a comprenderne le potenzialità sono stati fondamentali i risultati finalmente raggiunti: MGA e Roero Arneis in versione Riserva.

 

Nel bicchiere il Roero Arneis Bricco delle Ciliegie nelle versioni 2019, 2016 e 2014.

Il primo – bella annata per i bianchi italiani – seppur così giovane nei toni floreali, in bocca presenta già una bella ricchezza e salinità. Il 2016 ha naso espressivo e sfaccettato e una tensione a metà bocca che rende il sorso molto vitale. Il terzo, dall’annata meno calda e più piovosa della memoria recente, gioca ancora sulla freschezza olfattiva con qualche nota terziaria e di idrocarburo. Leggera botritizzazione, acidità, succo, equilibrio: un bellissimo assaggio.

 

almondo bricco ciliegie
Poi il Roero Bric Valdiana, nei millesimi 2017 e 2008.

Della 2017: «per il primo anno abbiamo allineato il Roero che produciamo all’idea di Roero che abbiamo». Non è sotto-estratto ma volutamente scarno, essenziale, e vira subito verso mineralità e sapidità.

Presenta la dolcezza tipica di un’annata ricca e siccitosa ma che anni fa (quando si era ancora troppo interventisti) avrebbe dato un tannino duro, verde. Qui invece emergono i pregi della vendemmia calda: prontezza, piacevolezza, grande beva e succo.

Nel 2008 invece la vinificazione aspirava ancora al paragone con altre denominazioni, con concentrazione e struttura, e in evidenza note di liquirizia e spezia scura date dal maggiore uso di legno. La parte acida e salina è ancora vivace e vitale, ma si sente che questo Roero nasceva e andava su tutt’altra linea rispetto ai Roero che in casa Almondo si producono oggi.

Calzante il paragone che scelgono per raccontarci questa evoluzione: il primo nebbiolo è come una bustina di tè infusa in acqua bollente, girata e rigirata con veemenza per pochi minuti; nel nebbiolo/tè di oggi sono state abbassate le temperature e la bustina è lasciata ferma, a lungo.

Una ricerca di identità durata decenni che oggi ha portato a una nota stilistica più interessante che punta su eleganza e finezza, sulla leggerezza tipica del territorio.

 

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