Dal fiasco alla griffe: tre gradi di separazione

In principio fu il fiasco, diffuso in Toscana ma esportato ovunque; al suo interno il vino era alla stregua degli altri prodotti alimentari, apporto calorico necessario e consolazione delle fatiche quotidiane. Poi è arrivata la bottiglia o meglio la fascetta con la denominazione di origine controllata che, erroneamente intesa oggi come anacronistica, ha segnato un passo significativo nell’individuazione dei territori più adatti alla produzione di uve di qualità. Alla fine è arrivata la moda, lo status symbol, ed ecco le bottiglie svuotate dal contenuto e riempite di griffe, nomi altisonanti e simboli come potrebbe essere la bottiglia firmata Cavalli e realizzata, dal figlio del celebre stilista, in Chianti. Ecco, mettiamo questi tre contenitori su un tavolo: fiasco, bottiglia con fascetta e griffe, ovvero agricoltura, geografia e moda. Non è forse l’evoluzione del vino negli ultimi sessanta anni in Italia? Ma, a pensarci bene, questi tre caratteri, simboleggiati dalle diverse forme dei contenitori, sono le caratteristiche che determinano la qualità e quindi la grandezza di un vino che è al contempo prodotto di agricoltura e di lavoro manuale, di attitudine geografica del territorio a ricevere vigna ed infine, come ultima conseguenza, oggetto possibile di ricerca e esclusività. Non c’è niente da fare, presi singolarmente, i tre elementi sono manchevoli: una bottiglia docg ottenuta senza agricoltura perde di significato e qualità, come un fiasco proveniente da una zona non vocata probabilmente conterrà un vino fin troppo rustico e privo di connotati gradevoli. E per la griffe? Quella lasciamola agli inconsapevoli e quando beviamo una grande bottiglia cerchiamo sempre di pensare al fiasco che l’ha generata.