Come vignaioli alla fine dell’estate, una recensione

E alla fine è arrivato il libro sulla viticoltura che intercetta in modo impeccabile questi anni su una zattera alla deriva, nelle paludi innalzate dallo scioglimento del Circolo Polare e dal benessere occidentale, verso il disastro climatico globale provocato dal capitalismo sfrenato che, nel suo crollo, porterà con sé tutto e tutti. Lo ha scritto un vignaiolo marchigiano, Corrado Dottori già autore di Non è il vino dell’enologo, libro capace di tracciare la fisionomia del viticoltore naturale che di lì a qualche tempo si sarebbe affermata nel mondo. Come vignaioli alla fine dell’estate è il titolo di questa opera che nasce come diario di campagna, si sviluppa con pensieri costanti, quasi ossessivi, sulle conseguenze dell’antropocene e si conclude con l’auspicio di “abbandonare l’economia per tornare alla poesia”.

 

Impallidisce il mondo del vino attuale, quello produttivo, quello critico e forse quello commerciale, cascano come imbarazzate foglie autunnali le parole vuote di linfa sull’enogastronomia, le parole belle e quelle brutte, messe a confronto con la pressante urgenza del libro di Dottori che tracima gli angusti alvei del “discorso sul vino” per occupare spazi politici ed economici in grado di contaminare gli ambiti di riferimento che mai, come oggi, impongono un rimando reciproco necessario se vogliamo dotare il vino (con tutto ciò che da questo nome deriva) di significati e responsabilità nuove.

 

La realtà delle stagioni impazzite sono un dato di fatto ancora più tangibile per gli agricoltori impegnati ad arginare andamenti climatici indomiti ormai alla mano dell’uomo. La consapevolezza di questo scarto tra la consuetudine di un gesto agricolo ripetuto da millenni e l’inusitato scenario della situazione ambientale odierna è lo stimolo che porta l’autore a pensare soluzioni per il futuro che non possono prescindere dalla criticità rivoluzionaria verso gli attuali modelli di consumo. Dal cuore dei vigneti di Cupramontana – e non può non venire in mente il riferimento alla celebre poesia di Giacomo Leopardi con il limite della siepe come trampolino per l’infinito – che costringono lo sguardo a terra verso la valutazione delle complesse relazioni vegetali l’occhio della mente è libero di intrecciare ricordi personali, si tratta di un diario, a pratiche viticole ed economie planetarie (e qui la competenza di Dottori è davvero dosata con maestria a favore della divulgazione) e al tema che diviene centrale, via via che l’anno agricolo trascorre, delle azioni possibili che la viticoltura può mettere in atto per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico.

 

 

“La vera e potente insurrezione dei vignaioli naturali non riguarda tanto, o non solo, quello che c’è o non c’è nella bottiglia di vino da loro prodotto, ma la ridiscussione profonda della relazione tra agricoltura e industria, fra città e campagna, fra cultura e natura, fra tecno-scienza e vita biologica. Ridurre il vino naturale a un disciplinare di produzione significa “piegarsi” al gioco del nemico, ridurre il proprio percorso a una questione tecnica (che cosa è infatti un disciplinare se non un protocollo, un tecnicismo?), riportando per l’ennesima volta la Natura all’Uomo” (pagina 160). E più avanti, verso la fine, “Nel momento di un apparente successo, commerciale e culturale, siamo esposti al grave rischio del riassorbimento nei canoni, del riallineamento al potere. Ma l’esaurimento delle risorse naturali primarie, legato ai limiti chimico-fisici del pianeta, non fa che mettere la questione dell’agricoltura e della terra di nuovo al centro della storia del capitalismo: dalla terra si è partiti, con le recinzioni delle proprietà collettive, alla terra si ritorna. È il momento di uno scontro che deciderà non solo le sorti dell’attuale sistema economico-sociale, ma la stessa sopravvivenza della vita umana sul pianeta” e, subito sotto, “Di fronte a tutto questo o anche il mondo del vino naturale sarà in grado di guardare davvero in faccia la catastrofe ecologica, di sedersi sull’orlo dell’abisso per poi cambiare strada, o si riduce solo a una fuggevole e narcisistica sbicchierata tra amici“ (pagine 212-213).

 

Sono passaggi come questi appena citati, dei quali il libro è pieno zeppo, a incanutire in un baleno, come certi spaventi scioccanti, quasi tutti i ragionamenti sul vino affrontati fino a oggi, contestualizzando la materia enologica in scenari attuali e desolanti prospettive distopiche. Il corredo delle note a margine, valore aggiunto al libro, testimonia un percorso culturale approfondito e competente in grado di corroborare con dati e ricerche autorevoli, le intuizioni dell’autore nate dal contatto quotidiano con il lavoro del vignaiolo.

 

Scorrendo le pagine i lettori appassionati di vino apprenderanno le implicazioni che esistono nel bere consapevole e in una sorta di autobiografia ragionata Dottori richiama tutti a guardare il mondo dall’orlo dell’abisso prendendo, ognuno di noi, attori e comparse sulla scena enologica, le proprie responsabilità sul mondo che verrà.

Come vignaioli alla fine dell’estate, Corrado Dottori, Derive Approdi Editore, 17,00 €

Foto di copertina da winesurf.it