Ciao Lucio Canestrari: «’ndò arivo metto ‘n segno» 

“Ha disegnato la strada del Verdicchio, con un innovativo e naturale approccio sincero!”

“Lucio ha fatto da apripista a tutti noi giovani o ex giovani del Verdicchio. “Quando iniziai il Coroncino era già un’icona.

“Un vignaiolo integerrimo, inimitabile, naif nel suo essere personaggio, senza neanche un briciolo di malizia.”

“Un giorno triste per tutti, la nostra generazione è cresciuta a pane e Coroncino”.

Prendo a prestito alcuni dei messaggi apparsi sui social per salutare Lucio Canestrari, e dimostrare quanto bene gli volessero tutti, produttori, professionisti, appassionati, giovani e meno giovani amanti del Verdicchio.

Quando circa a metà circa degli anni Ottanta arrivò a Staffolo, nei Castelli di Jesi, il Verdicchio stava giusto germogliando, poi anche grazie a lui fiorì e portò ai frutti che oggi conosciamo.

Lucio fu tra gli apripista, uno dei produttori capaci di sdoganarlo dal profilo esile del tempo e condurlo verso una fisionomia più ricca e strutturata, con un profilo generoso e tanta longevità.

Vignaiolo ispirato, da sempre vocato alla “naturalità” della viticoltura, sin dalle origini scelse la strada della sostenibilità senza effimere volontà di immagine, e senza rivendicare il “non interventismo” per fini meramente commerciali.

Lucio credeva in questi valori e come tale si comportava.

Chiunque conosceva Lucio non si spaventava mai della sua schiettezza, dell’esuberanza caratteriale mista ad una pacatezza e ad una generosità disarmanti, proprio come i suoi vini.

L’approccio apparentemente serioso, in realtà nascondeva sempre un sorriso che sfociava in esuberanza e ilarità, e in una trascinante passione verso il vitigno e il vino, che non riusciva a nascondere.

Chiunque entrasse in cantina per acquistare qualche bottiglia, era travolto dalla sua energia, e non poteva non trascorrere alcune tra le ore più belle.

Tanti sono i ricordi che in questi momenti pervadono la memoria:

  • davanti ad un bicchiere, mi raccontava l’origine del vigneto di Spescia di Cupramontana (la Sua vigna icona ancora oggi):

«Nel 1988 affittai il vigneto di Spescia. Con Fiorella (Di Nardo – la moglie) volevamo comprarla ma rimasi scioccato dalla cifra – 60 milioni di Lire al tempo, ooohhh (risata)….non sapevo manco quanti fossero! – …. Allora dissi…. la prendo in affitto perché era una cosa più concreta e a portata di mano. Poi però dopo anni la acquistai ad una cifra più ragionevole.»

  • e poi, quando assaggiando tra vasche, botti, barrique, con entusiasmo e il suo accento romanesco, esclamava:

«Ahò ‘nvedi questo quant’è bono! senti questo….. e questo invece che ha fatto? Ehh!!… è così …. una settimana fa era bbono ora vedi,  s’è chiuso. Decide lui!  Sai, ….  ho capito che io non sono un produttore ma “un trovatore di vini”, perché ogni volta che vengo in cantina, trovo vini diversi da come li lascio!»

  • infine era un classico fermarsi sul tavolo a metà cantina e scrutando la data sull’etichetta diceva: «assaggiamo questo và, che è aperto da 20 giorni! Oohh e che je voi dì… è bbono!»

Questo era Lucio Canestrari, un visionario dotato di innata spontaneità, capace di affiancare  ai suoi figli prediletti “Bacco, Coroncino, Gaiospino”, versioni estemporanee ed istintive, frutto di sprazzi di lucida follia enologica che hanno il nome di “Gaiospino Fumè, Stragaio, Stracacio, Bambulè”, fino alle recenti intuizioni di “Cenobita e Anacoreta”, versioni emozionali ed emozionanti.

Da oggi mancherà uno dei padri dei Castelli di Jesi, la sua grande mano di produttore, una memoria storica, e soprattutto un grand’uomo… e tutti noi appassionati di Verdicchio, ci sentiremo più soli.

Ciao Lucio!