Breve storia delle mie festività

 

Natale anni ottanta: vermouth e Asti Spumante

Nel 1980 avevo sette anni e mi astenevo dal vino anche se mio nonno me lo faceva assaggiare. Ricordo in particolare il vermouth che la mia famiglia offriva agli amici e ai parenti che venivano a frotte. Il vermouth è indimenticabile, così come l’Asti Spumante servito da mia nonna nelle coppe e rigorosamente a fine pasto. Il vino era del contadino e il fiasco di paglia. Nel 1988 la svolta: inizia a piacermi il vino.

 

Natale anni novanta: il fiasco e le bottiglie

A vent’anni suonati la passione per il vino comincia a scorrere nelle vene; le mie prime bottiglie sono alla deriva, come iceberg solitari, nel mare della tavola. I vecchi ne studiano le etichette, ma non si fidano. Fanno bene. Mio padre è un bevitore, ha il fiasco accanto a sé, lo prende da un amico che ha una mescita. Sembra sangiovese e infatti viene da Montepulciano. Per lui i miei vini sono troppo “pesanti e alcolici (testuali parole) dopo due bicchieri ti stancano”. E quanto ne vuoi bere di vino? Penso io sprovveduto ragazzo. Alla fine degli anni novanta conosco il Piemonte del vino.

 

Natale anni duemila: sono diventato il Re del bicchiere natalizio

Il percorso professionale mi ha portato a lavorare con il vino. Ora a casa mia pendono tutti dalle mie labbra. Mio padre purtroppo non c’è più, ma da qualche anno i miei vini iniziavano a piacergli. Il Dolcetto d’Alba in modo particolare lo convinceva molto e, insieme a quello, lo sfuso della Tenuta di Valgiano che infiascavo personalmente. Da qualche Natale a tavola non ci sono più i fiaschi, sono comparse bottiglie pregiate e variegate che prelevo dalla mia cantina. Grandi vini insomma ma che si bevono con gusto e facilità. La mia idea di vino, dopo anni di ricerca, è incredibilmente simile a quella di mio padre, il cui percorso si fermava al bancone delle osterie. Nel 2010 divento padre a mia volta. Per festeggiare bevo Champagne, Riesling e Barolo. Non ho mai chiesto a mio padre cosa aveva bevuto alla mia nascita.

 

 

Il concetto di qualità si è ficcato nella mia testa come uno spazio di confine tra il fiasco di mio padre ovvero la conoscenza ancestrale del bere, e la viticoltura di professione. Ora che ho il privilegio di bere vini incredibili per finezza e bontà, provenienti da tutto il mondo, non so cosa darei per avere ancora quel fiasco a tavola.

 

Chiosa: questo post molto personale me l’ha “imbeccato” l’amico Duccio Armenio attraverso una mail che mi ha fatto molta tenerezza e della quale lo ringrazio qui.