Quelle bioarchitetture che proteggono il paesaggio

L’impatto ambientale delle cantine e degli edifici aziendali al centro del quarto punto del Manifesto del vino “buono, pulito e giusto” e dell’impegno della Slow Wine Coalition.

E così dalla terra alla vigna, fino al calice, ci soffermiamo sull’impatto ambientale delle architetture dei luoghi del vino. Nel cuore delle campagne e delle colline che raccontano una storia sempre nuova, gli edifici aziendali non sono semplici strutture funzionali, ma veri e propri elementi di un paesaggio che non vuole perdere la sua identità. La bioarchitettura diventa allora uno strumento imprescindibile per progettare e vivere il futuro delle aziende vinicole in armonia con l’ambiente.

Ma cosa significa realmente adottare un approccio di bioarchitettura? E cosa rende un’azienda vinicola un esempio di sostenibilità ambientale?

La sostenibilità è nelle mura, ma anche nella ricerca

Nel mare magnum delle caratteristiche che rendono un’architettura effettivamente sostenibile dal punto di vista ambientale, l’aspetto estetico – armonizzarsi con gli spazi circostanti, sparire tra i filari, comporsi di materiali adatti ai territori – è certamente importante. Vi sono, però, numerose altre caratteristiche che un’architettura deve rispettare in un contesto agricolo.

Materiali naturali e locali: elementi come legno, pietra, argilla e calce sono parte di un discorso che si allinea alla scelta di preferire materiali provenienti da spazi limitrofi, non da ultimo per ridurre emissioni legate al trasporto.

Efficienza energetica: gli edifici aziendali possono diventare modelli di risparmio energetico grazie all’utilizzo di cappotti naturali composti da fibra di legno e sughero, in grado di garantire temperature stabili o ancora assumere in fase di progettazione una posizione in grado di sfruttare al meglio l’esposizione solare in inverno e diminuire il surriscaldamento in estate. Non è poi da ignorare un buon sistema di ventilazione, stesso che se applicato nelle architetture può minimizzare l’uso di impianti meccanici.

Energia rinnovabile: la transizione verso fonti energetiche pulite è un requisito essenziale quando si parla di bioarchitettura e di sostenibilità. L’installazione di pannelli solari fotovoltaici è una conseguenza diretta, ma anche l’uso di biomassa o sistemi geotermici possono fare la differenza.

Gestione delle risorse idriche: la raccolta dell’acqua piovana per irrigazione e pulizia come anche l’adozione di impianti di fitodepurazione possono essere ottime soluzioni per evitare gli sprechi idrici, ma anche per sostenere un utilizzo consapevole delle risorse (e dell’acqua, in particolare).

Integrazione paesaggistica: la sostenibilità non è solo funzionale, ma anche visiva. Per questo, come suggerito inizialmente, la scelta estetica è parte di un ragionamento diffuso: tetti verdi, edifici ipogei, colori, forme e materiali armonizzati con il contesto circostante alimentano fortemente l’impatto di una buona bioarchitettura.

Riduzione dei rifiuti: infine, una cantina sostenibile implementa strategie per ridurre e riciclare i rifiuti attraverso l’uso di materiali riciclati per la costruzione o il restauro degli edifici. E ancora, applicando ad esempio un sistema di compostaggio dei residui organici provenienti dalla produzione vinicola.

Bioarchitettura e futuro: un impegno condiviso. L’esempio di Elena Fucci

Adottare nelle proprie aziende una pratica di bioarchitettura non è solo una questione di estetica o di efficienza, ma un modo per dimostrare che il vino può essere il simbolo di un legame indissolubile tra uomo e natura. Le cantine sono luoghi di produzione e anche veri e propri laboratori di innovazione, spazi educativi e simboli di una visione sostenibile. In questo senso sono diverse le realtà italiane – e non solo – che hanno adottato all’interno delle loro aziende una serie di accorgimenti per essere architettonicamente sostenibili.

© Elena Fucci

Si pensi, per esempio, alla cantina di Elena Fucci. In Contrada Solagna del Titolo, a Barile, ai piedi del Monte Vulture in Basilicata, la volontà è stata di creare una ciclicità architettonica per garantire completa autonomia energetica all’azienda e minimizzare l’impatto ambientale. Si è scelto di utilizzare materiali provenienti da operazioni di riciclo, come il legno; o ancora, di realizzare strutture ipogee che sfruttano le proprietà termiche del terreno, ma che sono anche in grado di mimetizzare queste opere nella natura.

Vi è ancora poi l’efficienza energetica, con l’utilizzo dei pannelli solari e la corretta gestione idrica, che include un sistema di raccolta e utilizzo delle acque piovane. La struttura, insomma, è al servizio della qualità del prodotto, proteggendo il paesaggio e restituendo un’esperienza di autenticità a chi visita questi luoghi creando una forte connessione architettonica con l’ambiente circostante.

I Cacciagalli: il biolago che alimenta la biodiversità e insegna qualcosa di nuovo

@ I Cacciagalli

Un altro esempio positivo è quello de I Cacciagalli, Premio speciale per la viticoltura sostenibile in Slow Wine 2025. A Teano, nell’Alta Campania, ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina, in provincia di Caserta, l’antica masseria di famiglia è stata ristrutturata in linea con l’idea di indipendenza energetica, di utilizzo di materiali sostenibili come il tufo grigio locale e, ancora, di riuso delle acque piovane. L’approdo finale è stato di creare delle vere e proprie oasi di biodiversità, come quella all’interno del biolago. Una piscina ecologica che utilizza un sistema di fitodepurazione naturale, senza uso di prodotti chimici, che è balneabile e al tempo stesso ricca di vita. Il segno distintivo? La presenza inedita delle libellule.

Si potrebbe dire che la scelta di aggiungere alle produzioni artigianali e consapevoli un’architettura sostenibile sia parte di un unico disegno con un intento chiaro.

Quello da parte di chi produce di prendersi anche una responsabilità culturale oltre che tecnica, di chi sa bene non solo di poter prendere, cogliere dalla terra un frutto, ma anche di doverlo custodire. Offrendo ai posteri una cura del territorio che ne preservi forme, bellezza e vocazione. Che non alteri la storia di una terra, ma ne esalti, invece, la sua anima. Come dovrebbe avvenire in chiunque scelga di cogliere dalla terra un bene, naturalmente di restituirlo all’altro, magari, proprio alla natura.