Diciamo addio ai pesticidi!
I pesticidi sono ovunque e hanno un forte impatto (negativo) sugli ecosistemi e la biodiversità.
L’utilizzo di pesticidi nell’agroindustria è la causa principale del collasso delle colonie di api e degli impollinatori, delle popolazioni di uccelli e degli insetti. E, di conseguenza, della perdita di biodiversità.
Si tratta di un problema dalle dimensioni enormi, che non affligge solo gli agricoltori o gli addetti ai lavori, ma tutti gli esseri viventi.
Tracce di queste sostanze chimiche di sintesi pervadono tutto ciò che mangiamo o beviamo, e non solo.
Se vuoi approfondire l’argomento, leggi qui sotto.
I pesticidi
Attualmente, il sistema agroalimentare industriale non consente una produzione alimentare efficace e sostenibile nel lungo periodo, danneggiando al contempo la biodiversità e tutti gli ecosistemi da cui essa dipende. Gli agricoltori e i lavoratori agricoli sono le prime vittime dei pesticidi, che minacciano la loro salute, causano la perdita della biodiversità e dell’attrattiva paesaggistica delle loro aziende; riducono la salute del suolo, avvelenano gli impollinatori e la qualità dell’acqua, aumentano la resistenza ai parassiti e l’erosione.
L’uso dei pesticidi non fa che accelerare le molteplici crisi che stiamo vivendo: emergenza climatica, collasso della biodiversità, crisi socio-sanitaria.
Abbiamo bisogno di una transizione da questo modello agroindustriale autodistruttivo.
Gli Stati membri dovrebbero sostenere gli agricoltori attraverso servizi di consulenza per aumentare il ricorso ad alternative non chimiche ai pesticidi. La gestione integrata dei parassiti (Ipm) dovrebbe essere alla base di qualsiasi sistema di produzione alimentare (misure agronomiche e controllo meccanico, fisico e biologico) e parte di una strategia integrale verso sistemi di produzione alimentare agroecologici sostenibili.
La transizione verso un’agricoltura priva di pesticidi implica un pacchetto di misure. Per accelerare questa transizione, i sussidi all’agricoltura dovrebbero essere collegati alla gestione integrata delle colture e a una riduzione tangibile dell’uso dei pesticidi.
In primo luogo, sono stati condotti pochissimi studi per identificare e sviluppare metodi di test per i nuovi Ogm e per esaminare i potenziali rischi. Senza un’adeguata valutazione dei rischi, i nuovi Ogm non dovrebbero essere introdotti nei sistemi agricoli.
L’uniformità genetica porta a una bassa diversità delle colture, che è una delle principali cause dell’uso di pesticidi, soprattutto nelle coltivazioni clonate, e minaccia la sicurezza alimentare. Per far fronte agli effetti del cambiamento climatico e delle specie invasive, è necessaria un’elevata diversità di varietà resistenti e adattate localmente, cosa che le monocolture non possono offrire.
In secondo luogo, quasi l’80% dell’uso di pesticidi nell’Unione europea consiste nell’utilizzo di erbicidi e fungicidi. Attualmente non sono disponibili (o in fase di sviluppo) soluzioni geneticamente modificate che possano ridurre sostanzialmente tale uso: secondo Foodwatch, le colture geneticamente modificate adatte a raggiungere gli obiettivi “Farm to Fork” non sono disponibili e non lo saranno per i prossimi 10-15 anni.
In terzo luogo, il settore dei pesticidi è nelle mani di pochi. Nel 2018, solo 4 multinazionali agrochimiche (Syngenta/ChemChina, Bayer, Corteva, Basf) detenevano il 70% del mercato globale dei pesticidi. Le stesse detengono anche il 60% del mercato globale delle sementi, comprese le sementi Ogm e le nuove sementi Ogm. Questa strategia ha permesso loro di raggiungere un alto livello di redditività, privando al contempo molti agricoltori della loro sovranità alimentare.
Se i nuovi Ogm dovessero essere ampiamente utilizzati in agricoltura, ci ritroveremmo con una maggiore uniformità genetica delle colture che causerebbe un maggiore uso di pesticidi, un modello di business che farebbe il gioco delle suddette aziende, che commercializzano sia semi che pesticidi.
Se si riducesse l’uso dei pesticidi, scomparirebbero anche i loro effetti negativi.
Gli agricoltori potrebbero uscire dalla spirale del debito a cui sono sottoposti nell’attuale regime agroindustriale. Inoltre, grazie ai sistemi agroecologici, sarebbero in grado di ridurre l’utilizzo di sostanze chimiche e quindi i costi della produzione, migliorando la loro economia e portando un beneficio alle zone rurali. Migliorerebbe inoltre, la loro salute, quella delle loro famiglie e dei vicini grazie alla riduzione del contatto con sostanze che possono causare malattie croniche o disturbi neurologici.
La riduzione dei pesticidi potrebbe quindi facilitare anche il ripopolamento delle aree rurali. Una minore quantità di pesticidi nell’aria, nell’acqua e nel suolo significa una qualità della vita migliore per tutti coloro che vivono in queste aree, una delle categorie oggi più colpite dalla continua esposizione ai pesticidi. Nondimeno, una significativa riduzione dei pesticidi porterebbe a una maggiore attrattività delle aree rurali per i (futuri) genitori.
D’altra parte, i “deserti verdi” monotoni della monocoltura e dell’agricoltura intensiva hanno cambiato drasticamente le aree rurali europee, causando (più di) una primavera silenziosa e una perdita significativa di biodiversità e del patrimonio naturale. La biodiversità e la bellezza del paesaggio sono requisiti importanti per la qualità della vita. L’impatto positivo della natura sulla salute è ben noto, così come l’importanza di aree verdi di alta qualità nelle vicinanze delle abitazioni. Senza abbondante verde, brulicare di insetti, cinguettare di uccellini, le aree rurali perdono colore, “musica” e attrattiva.
Grazie a un piano di eliminazione graduale dei pesticidi, la natura tornerebbe a fiorire e a prosperare. Meno prodotti agrochimici nei campi equivale a dire più insetti e impollinatori, che allo stesso tempo sono preziosi alleati per le coltivazioni. Alcuni di questi insetti sono nemici naturali, fondamentali per il controllo biologico dei parassiti: per esempio, le coccinelle sono fondamentali per controllare le popolazioni di afidi.
Inoltre, un maggior numero di insetti attirerebbe più uccelli nei terreni agricoli, invertendo la preoccupante tendenza che negli ultimi anni stima le popolazioni di uccelli diminuite del 50% a causa dell’agricoltura industriale.
La riduzione dei pesticidi può quindi portare a una rinascita della biodiversità delle aree rurali, che andrebbe anche a vantaggio degli abitanti delle campagne. Una biodiversità più florida potrebbe infatti portare nuove opportunità economiche e lavorative in aree oggi spopolate. Il turismo della biodiversità, come il birdwatching, è un mercato in crescita che porta benefici economici maggiori rispetto al turismo tradizionale e attira milioni di persone ogni anno nelle aree rurali. Anche gli agricoltori riferiscono di impatti positivi e di una maggiore gioia quando ripristinano la biodiversità nei loro terreni agricoli, garantendo condizioni di lavoro e di vita più attraenti.
L’agroecologia è la risposta
Preservare la biodiversità e ridurre l’utilizzo dei pesticidi di sintesi sulle colture agricole è al centro dell’impegno di Slow Food. Lo facciamo sostenendo il lavoro di agricoltori, pescatori e artigiani del cibo che coltivano e proteggono l’agrobiodiversità attraverso sistemi agroecologici.
A livello dell’Ue, Slow Food sostiene politiche a favore dell’agricoltura senza pesticidi, della rigenerazione del suolo e della biodiversità dei semi. Chiediamo alla Commissione europea di garantire una drastica riduzione della dipendenza da pesticidi dell’agricoltura europea come previsto dalla strategia Farm to Fork, che si pone l’obiettivo di ridurre del 50% dell’uso di fitosanitari entro il 2030, glifosato incluso.
Le alternative ci sono e ci sono da sempre, l’agricoltura può vivere e prosperare senza la chimica di sintesi.
Risorse
Atlante dei Pesticidi (2023)
Documento di posizione sulla Biodiversità (2021)
Completo | Sintesi
Documento di posizione sui pesticidi (2013)
Articoli
Chi paga il vero costo dei pesticidi?
di Francesco Sottile, agronomo e membro del Comitato esecutivo di Slow Food
