«Se i cittadini lottano per l’ambiente i partiti saranno costretti ad agire»

L’intervista a Carlo Petrini sull’appello degli scienziati italiani in vista delle elezioni di settembre: «Imprenditori e associazioni daranno vita a comportamenti che porteranno a una nuova politica»

«Le oltre sessantamila adesioni raccolte dalla petizione per il clima sono un risultato straordinario. Ma temo che non basteranno a scuotere i politici, che sembrano concentrati sulla loro rielezione e sulle alleanze. Le cose cambieranno quando saranno i cittadini stessi ad attuare pratiche virtuose. Non ho il minimo dubbio: la politica climatica la faranno le persone ben prima degli schieramenti politici». Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, spiega la sua idea di “nuova politica” proprio a partire dall’appello degli scienziati perché l’emergenza climatica sia al centro del dibattito elettorale.

voto per il clima

Un voto per il clima
La lettera degli scienziati alla politica

La comunità scientifica chiede che la lotta alla crisi climatica venga posta in cima all’agenda politica e offre il suo contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete.

Petrini, cosa intende per pratiche virtuose?

«Sono sicuro che presto assisteremo alla mobilitazione degli imprenditori, della società civile, dei cittadini comuni sul fronte del cambiamento climatico, della riduzione della CO2, della riduzione degli sprechi e della plastica monouso. Metteranno in essere comportamenti e idee che rappresenteranno la nuova politica. Forse a quel punto i partiti capiranno e si adegueranno, cercheranno di dare una risposta e la smetteranno di far finta di niente, come sta accadendo ora per il cambiamento climatico».

In effetti le decine di migliaia di firme della petizione in vista delle elezioni dimostrano che l’opinione pubblica chiede risposte contro il riscaldamento globale. Ma arriveranno?

«La petizione può raggiungere e superare le 100mila firme. Ma dietro chi aderisce c’è una moltitudine di persone che la pensa allo stesso modo e magari non ha avuto l’opportunità o l’occasione di firmare. E tuttavia è da alcuni anni che masse di giovani a livello planetario si mobilitano per il clima: a questi giovani la politica ha risposto in modo quasi irrilevante, per non parlare di coloro che li hanno addirittura definiti ‘gretini’. Purtroppo c’è ormai una spaccatura tra la società civile e questo modo di fare politica. Questa è la mia prima impressione».

La seconda?

«Che in questo momento, finché non saranno messe a punto le alleanze e le liste, questi temi non verranno minimamente presi in considerazione dai partiti. Basti pensare alla superficialità con cui si sta parlando di energia nucleare nella compagine di centro-sinistra, dove si apprestano a convivere soggetti sia favorevoli che contrari».

E allora torniamo alla ‘politica nuova’ fatta dai cittadini. Un esempio?

«Le comunità energetiche: imprese, enti locali, cittadini che si mettono insieme per realizzare reti locali di impianti che generano e condividono l’energia prodotta da fonti rinnovabili. Se ne potranno realizzare centinaia e centinaia nel nostro Paese e se accadrà esse diverranno il simbolo di un nuovo protagonismo, al quale poi la politica dovrà prestare attenzione».

Ma come è possibile che i partiti non si mobilitino neppure di fronte alle ormai evidentissime conseguenze dell’innalzamento delle temperature?

«In effetti, l’emergenza climatica si sta avvicinando in maniera impressionante verso lo stato di irreversibilità: sarà un disastro di proporzioni inimmaginabili. Come è possibile che la politica non la intercetti? Perché la politica non ha un visione di medio-lungo periodo. Ragiona a breve termine. In questo periodo, per esempio, tutta la politica italiana è concentrata sulle elezioni del 25 settembre. Non vedo qualcuno che si stia battendo per una visione politica del futuro. Se il cuore del dibattito è la creazione di alleanze e il gioco di veti incrociati, come si può pensare che il clima diventi una priorità?».

Qual è il pericolo?

«Io dico ai partiti: fate attenzione. Perché così facendo rischiate che in queste elezioni il disinteresse verso il voto delle masse giovanili raggiunga livelli mai visti nel nostro Paese. Ragazze e ragazzi non ci stanno più a questo gioco della politica e la disaffezione al voto risulterà davvero tangibile. Come possiamo parlare di futuro se masse di giovani non sono minimamente interessate a questo modo di impostare la politica?».

Quindi anche solo dal punto di vista strategico, per intercettare il voto dei giovani, converrebbe ai partiti dare spazio al clima nei loro programmi?

«Non c’è dubbio. E lo vedremo plasticamente due giorni prima delle elezioni: il 23 settembre ci sarà infatti uno sciopero mondiale dei Fridays for future, una mobilitazione che coinvolgerà milioni di ragazzi in tutto il mondo. Ma sono sicuro che molti dei partecipanti italiani due giorni dopo diserteranno le urne perché, almeno finora, la politica ha ignorato problemi che per loro sono invece centrali».

L’agricoltura è tra i comparti economici più colpiti dall’emergenza climatica, eppure anche in questo caso la politica propone rimedi una tantum. Ma come stanno cambiando i campi, i raccolti, il paesaggio?

«Forse il caso più emblematico è quello del vino. I nuovi vigneti si stanno realizzando sempre più a Nord, per esempio in Inghilterra. Ma anche nelle mie Langhe si stanno spostando: nell’Alta Langa un tempo regnava la pastorizia e nulla più, oggi si coltiva ovunque la vite. In passato, la qualità dei vini era determinata dall’esposizione al sole, che innalzava la gradazione alcolica. Ora quelle che una volta erano esposizioni ideali per le produzioni di eccellenza rischiano di cuocere i grappoli. Ma, tutto sommato, alle nostre latitudini, per qualcosa che si perde c’è qualcosa che si guadagna. Nell’Africa Subshariana invece si perde solo: molte comunità di Terra Madre dedite alla pastorizia, in Tanzania, in Uganda, in Kenya, sono assolutamente senza prospettiva, non per quest’anno, per gli anni a venire. Si prevede che nel 2050 ci saranno 200 milioni di migranti climatici. E da noi c’è chi pensa di risolvere il problema, non con politiche contro il riscaldamento globale, ma con blocchi navali. Se milioni di persone non possono vivere, non c’è blocco navale che tenga. Lasciatemi però anche dire che vedere oggi il Po e i suoi affluenti in questa miseria di siccità ed essere coscienti che questa situazione si protrarrà per i prossimi anni è una disperazione. Ma dirlo è come urlare nel deserto, rispetto a chi ha l’ansia di essere rieletto e di fare alleanze per il 25 settembre».

L’intervista a Carlo Petrini è di Luca Fraioli per La Repubblica