Viaggio tra i Presìdi Slow Food: la Valle Bormida e il Dolcetto dei terrazzamenti

«Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba». Beppe Fenoglio, in Un giorno di fuoco, descriveva così il fiume che corre tra Liguria e Piemonte raccogliendo tutto quanto l’Acna (Azienda coloranti nazionali e affini), la “fabbrica dei veleni”, come era chiamata in Val Bormida, versava. Ancora più cruda l’immagine di Nuto Revelli da Il mondo dei vinti: «Nella Valle Bormida il fiume inquinato dalle industrie di Cengio è una serpe di melma schifosa che avvelena l’ambiente. Il ricatto dei padroni è crudele: “Volete i figli in fabbrica. E allora godetevi il veleno”». L’Acna ha avuto effetti devastanti sulle persone e sull’agricoltura della valle, l’inquinamento rendeva impossibile ogni attività: «Mio padre mi diceva – racconta Enzo Patrone, che con la sorella Elena oggi gestisce un’azienda vitivinicola a Cortemilia – che non poteva fare il vino nonostante i filari a oltre 500 metri di altezza. I prodotti chimici versati in Bormida vaporizzavano e andavano a intaccare il grappolo dei vigneti e il vino sapeva di chimica».

Oggi la situazione per fortuna è cambiata: le acque del Bormida sono trasparenti, possono di nuovo essere utilizzate per irrigare i campi, si può pescare e si incontrano spesso aironi e altri uccelli. Quest’angolo incastonato tra il Piemonte e la Liguria, tra mare e montagna, è caratterizzato da un territorio ricco di proposte paesaggistiche e vegetative. I prati sono nuovamente verdi e l’agricoltura da qualche anno sta riprendendo: la nocciola (l’unica coltivazione redditizia dell’Alta Langa e la più importante), la pastorizia e il formaggio, e il vino, produzione praticamente scomparsa. Ora, grazie al lavoro di alcuni giovani produttori (a far squadra con Elena ed Enzo Patrone, Stefano e Cristina Barberis della cascina San Lorenzo di Cortemilia, Cesare Canonica di Torre Bormida e Pietro Monti, dell’azienda agricola Roccasanta di Perletto), le colline terrazzate dalla Valle Bormida stanno gradualmente riconquistando la vocazione vinicola. Il vitigno su cui si è puntato è il dolcetto (Presidio Slow Food).

«La vigna qui non è remunerativa, devi fare tutto a mano. Se vendi l’uva non ti salvi di sicuro», aggiunge Enzo Patrone. Le condizioni di lavoro dei viticoltori sono estreme: la meccanizzazione è nulla o quasi, per la gestione delle infestanti sono praticate esclusivamente operazioni di diserbo fisico o meccanico e la vendemmia è svolta a mano, selezionando accuratamente i grappoli e preservando la loro integrità fino all’arrivo in cantina. «Abbiamo attraversato un periodo di grandi difficoltà a vendere il dolcetto – evidenzia Enzo – considerato un vino meno pregiato di altri: oggi sta vivendo una rinascita, come la zona, ed è apprezzato specialmente dagli stranieri, sempre più numerosi in Val Bormida. Olandesi, belgi, tedeschi e inglesi che hanno comprato case o che alloggiano negli agriturismi e B&& e che cercano natura selvaggia, tranquillità, varietà di paesaggio che scoprono, percorrendo i numerosi sentieri ben evidenziati, a piedi, in bicicletta o a cavallo».

Il dolcetto, qui, esprime all’olfatto note persistenti di piccoli frutti di bosco e di spezie, al palato un gusto asciutto, tannico e poco acido. Le sensazioni retro nasali ricordano i frutti sentiti all’olfatto e la mandorla, direbbe un esperto. Ma il dolcetto della Val Bormida sa anche di paesaggio, di terrazzamenti, di fatica, di pulito, di voglia di rivalsa e di mettersi dietro le spalle un passato fatto di sofferenze. «Sono fiducioso – conclude Enzo Patrone -, la stima del pubblico sta crescendo. Speriamo che la burocrazia per pulire i terrazzamenti abbandonati e l’elevato costo per ripristinarli non sia un ostacolo eccessivo. Noi siamo già pronti a rilanciare. C’è un vitigno autoctono, il lisariet, e dopo anni di studio con il Cnr ne ho in produzione 2000 piante, quando ne erano rimaste solo 50. L’uva è ottima per il metodo classico, e questo può essere un altro stimolo perché i giovani decidano di rimanere sul territorio a produrre vino». Ma questa è un’altra storia che speriamo di raccontare presto.

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