Una chiocciola per la pace. Il nostro sostegno e piena solidarietà a alle popolazioni sotto attacco.

«I telefoni sono interrotti, la resistenza è iniziata, provo a passarti i numeri di chi parla in inglese…»

Questo il messaggio che abbiamo ricevuto ieri dai membri della nostra rete in Siria, in Rojava. Appena abbiamo saputo del pericolo, della minaccia dell’attacco, abbiamo cercato manifestare la nostra vicinanza, capire in che modo poter essere d’aiuto, con un senso di impotenza che ci pervade. Questa ennesima azione bellica mette a rischio un progetto, un nuovo modello di democrazia partecipata e di ecologia applicata che ci appartiene in quanto umani. La sede di Slow Food a Kobanî ci rende orgogliosi, ci dà speranza, ci mette alla prova. Abbiamo lavorato con i ragazzi, con gli insegnanti, abbiamo coltivato gli orti insieme. Un impegno che potrebbe sembrare insignificante in questa regione così tormentata, ma che ha arricchito tutti.

Abbiamo iniziato nel 2015, con l’avvio, insieme all’amministrazione democratica del Rojava un piano per realizzare orti nelle scuole che riusciamo a portare in 10 villaggi. Come dicevamo, questi orti rappresentano molto più di semplici appezzamenti di terreno: sono il simbolo della libertà di questo popolo. Gli Orti di Slow Food in Rojava coinvolgono almeno 1000 studenti provenienti da 10 scuole differenti. Oltre agli orti, ci sono parchi giochi per bambini di tutte le età, costruiti dagli enti locali insieme all’amministrazione regionale di Kobanî. Insegnanti e agronomi stanno insegnando ai bambini come coltivare gli orti, accrescendo in loro la consapevolezza su temi ecologici e unendo la sostenibilità delle tecniche impiegate con il rispetto per la tradizione agricola locale.

Dobbiamo e vogliamo tutti difendere il modello ecologico e democratico realizzato in Rojava: «un modello inclusivo, democratico, femminista, ecologista, progressista. Un modello di autogoverno realizzato attraverso assemblee cittadine e consigli confederati, chiamati a decidere su tutti gli ambiti della vita sociale, a partire proprio dalla difesa militare fino ad arrivare all’amministrazione della giustizia e delle risorse naturali comuni. Un sistema in cui le donne giocano un ruolo cruciale. A loro è riservato almeno il 40% della rappresentanza oltre alla copresidenza della confederazione. Un’esperienza di avanguardia sociale che ha anche avuto, come momento costitutivo, l’adozione di una carta di valori giuridicamente vincolante per tutta la società: il Contratto sociale.» Così scriveva Carlo Petrini solo l’anno scorso, quando Afrin era  – anche in quella occasione – sotto attacco da parte di un governo che considera le milizie del Rojava gruppi terroristici.

E ancora ci ritroviamo a chiedere di fermare questa ennesima offensiva che rischia di farci perdere una casa comune, un sogno di democrazia e giustizia che faticosamente stava diventando realtà.

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