«Un orto Slow Food è molto di più che la promessa di un pasto nutriente»

Quest’anno festeggiamo i 30 anni dalla firma del Manifesto Slow Food, un momento che ha rappresentato un punto di svolta nella storia dell’organizzazione. Per celebrare questo compleanno abbiamo lanciato la campagna internazionale 30 Years of the Slow Food Manifesto – Our Food, Our Planet, Our Future (Clicca per scoprire tutti gli eventi in programma ), che guarda ai successi raggiunti con un occhio alle future sfide che ci aspettano.

Ecco perché vi proponiamo alcuni progetti della nostra rete che in tutto il mondo promuovono un cibo buono, pulito e giusto per tutti. Contribuire ai progetti di Slow Food significa aiutare a rendere concrete attività che sostengono comunità locali, proteggono la biodiversità e cercano di rendere l’accesso al cibo un diritto garantito a tutti.

Gli orti coltivati da Slow Food in Malawi sono molto più della sola promessa di un pasto nutriente. In una terra segnata da fenomeni climatici estremi, dove la siccità viene interrotta da violente inondazioni, le malattie tormentano la popolazione e l’appropriazione illegale delle terre ha lasciato il 92% della comunità rurali a bel lontano dal raggiungimento della sicurezza alimentare, gli orti di Slow Food sono una azione concreta che garantiscono il presente per tantissime persone.

Lanciato per la prima volta nel 2010, il progetto 10 mila orti in Africa nasce per garantire alle comunità locali di 26 Paesi africani cibo fresco e sano, con l’ambizione di formare una rete di leader consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura. «Questi orti hanno dimostrato di avere una marcia in più rispetto all’agricoltura industriale che ci è stata imposta, sia da un punto di vista economico sia sociale. In questi campi siamo riusciti a salvaguardare e valorizzare le varietà locali, che rischiavano di essere irrimediabilmente perse, nonostante siano quelle che più di tutte si dimostrano resistenti e resilienti alla crisi climatica. Dopo anni di lavoro, il risultato ci soddisfa tutti: le comunità locali sono più indipendenti e subiscono meno le oscillazioni del mercato e grazie anche al recupero dei saperi e del know how locale», racconta Manvester Ackson, coordinatore di Slow Food Malawi.

Il successo di un orto dipende dalla collaborazione di tutta la comunità, e dalla combinazione tra la conoscenza tradizionale tramandata dagli anziani e l’entusiasmo delle giovani generazioni che garantiscono il successo delle coltivazioni. Una volta organizzata la squadra, «identifichiamo un appezzamento non troppo lontano da una fonte idrica, e costruiamo poi i letti, di solito distanti 90 cm l’uno dall’altro per lasciare spazio all’irrigazione», aggiunge Moses Chigona, parte di un team di 15 membri del villaggio Katambo.

Grazie a questi orti buoni, puliti e giusti le giovani generazioni hanno imparato l’importanza vitale della biodiversità e della sovranità alimentare, riuscendo così a essere pionieri del cambiamento per se stessi e per le loro comunità. E come sempre il cambiamento parte dai bambini e dai banchi di scuola: oggi, infatti, quasi un terzo degli orti si trovano in istituti scolastici e sono vere aule all’aperto. «Oltre a contribuire all’educazione alimentare per le giovani generazioni, gli Orti di Slow Food in Africa hanno fatto registrare un ritorno alle iscrizioni nelle scuole: i ragazzi sono tornati grazie alla possibilità di imparare a coltivare il proprio cibo e averlo a disposizione per sé e la propria famiglia», continua Ackson, che ha diretto il progetto nelle scuole del Malawi fin dal suo inizio.

Per Chigona, la possibilità di migliorare l’autoproduzione è una delle caratteristiche più importanti degli orti Slow Food. «Sono coinvolto nel progetto da 7 mesi e durante questo periodo non abbiamo dovuto comprare ortaggi. Siamo in grado di nutrire noi stessi e le nostre famiglie con il cibo che coltiviamo. Inoltre spesso riusciamo anche a vendere  i prodotti in eccedenza e comprare  altri beni di prima necessità».

Il progetto 10.000 Orti in Africa ha ampliato i suoi orizzonti coinvolgendo anche altre realtà. Ad esempio, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio (Dream), la Fondazione Slow Food per la Biodiversità ha realizzato il progetto GRASS, per dare la possibilità alle persone affette da HIV di raggiungere la sovranità alimentare, lottando così contro la malnutrizione che purtroppo spesso si aggiunge alle conseguenze fisiche della malattia.

Attraverso questo progetto sono stati creati 30 orti comunitari sostenibili che producono diverse colture indigene, coinvolgendo 10.600 persone. «Insomma, vorremmo i nostri orti diventassero anche un esempio da seguire perchi ancora non li ha e vuole crearli, come un buon esempio per tutta la comunità», conclude Chigona.

Damini Ralleight
d.ralleight@slowfood.it

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