La vitalità di Trieste vi sorprenderà

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Vi attirano i luoghi di frontiera, di cultura insieme italiana, provinciale e cosmopolita, da secoli modello di quel melting pot ben riuscito di cui la vecchia Europa ha perso la ricetta? Volete vedere in atto un progetto di recupero/trasformazione del tessuto urbano che ha pochi precedenti, forse al mondo? Ebbene sì, vi stiamo invitando a Trieste, città del “mito asburgico” spesso liquidata come nostalgica, passatista e decadente, mentre sta esprimendo una vitalità straordinaria. È entrato nella fase operativa il «piano strategico di valorizzazione» del Porto Vecchio: 600.000 metri quadrati di superficie, per quasi la metà coperta da imponenti quanto pregevoli costruzioni ottocentesche adibite a magazzini e a rimesse ai tempi in cui Trieste era l’unico scalo marittimo dell’Impero. Viene da pensare che non ce la faranno mai a rimettere in sesto e a riusare quell’immenso patrimonio abbandonato, ma per cambiare idea basta salire fino al rione San Giovanni, dove sorge, in un parco di 22 ettari, l’ex ospedale psichiatrico diretto – e chiuso – negli anni Settanta da Franco Basaglia: i padiglioni dei “matti” sono ora al servizio della sanità territoriale, delle scuole, dell’Università, della cultura, dell’incontro tra le persone, in un contesto ambientale meraviglioso.

Intanto si è fatta quell’ora. Ridiscendiamo verso il mare e scegliamo, per l’aperitivo, uno dei caffè storici che hanno conservato gli stucchi, i tavolini in marmo e ghisa, l’atmosfera del tempo che fu: qui locali e foresti si trovano anche solo per ciacolar, in dialetto come in una delle tante lingue dell’Impero. E per il pranzo, o per uno spuntino? TRIESTE-SIORA-ROSA-216-500x375Dall’autunno alla primavera, la scelta più in linea con lo spirito della città è il buffet, singolare luogo di ristoro dove troneggia la caldaia del bollito. È un pentolone nel quale, in un brodo saporito, cuociono vari tagli di carne suina: porcina (sezione della coppa o della spalla), carré affumicato, pancetta, testina, zampetti, orecchie, lingua salmistrata… e poi cotechino, salsicce (molto apprezzate quelle della regione slovena della Kranjska-Carniola, anticamente Cragno), würstel. Si condiscono con senape o radice grattugiata di cren e si possono accompagnare con i crauti aromatizzati al cumino. Da bere, prevalentemente birra, ma volendo anche un bicchiere di Terrano, il rustico vino rosso del Carso. Il più classico e antico dei buffet è Da Pepi, nel borgo teresiano, aperto tranne la domenica dalle 8,30 alle 22. Più casereccio e popolare Da Siora Rosa, stesso orario ma chiuso anche il lunedì: a due passi dai principali musei e dai dipartimenti umanistici dell’Università, oltre al bollito della caldaia somministra molti piatti della tradizione, dagli gnocchi di pane al gulasch, dalla trippa al baccalà.

Da Pepi
Via Cassa di Risparmio, 3

Da Siora Rosa
Piazza Hortis, 3