Tra il dire e il fare c’è di mezzo … la COP21

orti-africaSono 196 i Paesi – democrazie, monarchie, dittature – riuniti al capezzale del clima per il 21° anno consecutivo sotto l’egida dell’Onu. Questo genere di vertici si basa sul dominio del compromesso, anche di fronte a un’emergenza mondiale come il cambiamento climatico. La presidenza francese della COP21 è stata capace di stabilire un clima di fiducia reciproca tra le parti. Tuttavia, è deplorevole – e molte Ong non mancano di farlo notare – che i negoziati siano chiusi alla società civile. Questa mancanza di trasparenza, inversamente proporzionale alla mobilitazione mondiale dei cittadini sulle questioni climatiche, rimarrà una macchia nera su questo vertice.

I tabù

L’agricoltura non è mai apparsa nei testi ufficiali delle negoziazioni. È regolarmente citata a margine nelle soluzioni di adattamento ai cambiamenti climatici. Eppure pesa per il 24% delle emissioni di gas serra. Come spesso ricordano le organizzazioni di settore, l’agricoltura è sicuramente una parte del problema, la prima vittima del cambiamento climatico, ma anche parte della soluzione. Dopo 70 anni di appropriazione di terreno e specie vegetali a colpi di fertilizzanti sintetici e pesticidi, infatti, la società politica ha riscoperto le virtù della fotosintesi e del sequestro naturale del carbonio nel suolo.

Aumentando gli additivi organici (residui vegetali, decomposizione animale, letame), mantenendo le coperture vegetali dei terreni, aumentando il volume della biomassa per unità di superficie (per esempio unendo le colture), si aumenta la quantità di carbonio sequestrato. Ancor meglio, l’agricoltura agroecologica o agroforestiera non solo diminuisce il volume di CO2 dell’atmosfera ma nutre allo stesso tempo le popolazioni grazie all’aumento della fertilità del suolo. È stato sufficiente questo per far scattare una moda tra i politici, in particolare francesi, che vedono così il modo di compensare le emissioni causate dall’uomo.

Un “pensiero magico” che, oltre a fornire una riduzione delle emissioni di anidrite carbonica, ignora numerosi fattori, come la scelta dei terreni, i mezzi di svalutazione, l’acidificazione del suolo a causa della CO2. A cosa equivarrebbe moltiplicare il volume della biomassa con il rinforzo di trattori, pesticidi e fertilizzanti sintetici? Per essere coerente, l’iniziativa dovrebbe essere associata a un cambiamento del modello agricolo vietando l’uso di fertilizzanti, pesticidi e prodotti geneticamente modificati, fermando e condannando la deforestazione praticata dalle multinazionali, fermando il land grabbing, riducendo la meccanizzazione, imponendo le leguminose nelle rotazioni delle colture, appoggiandosi a organizzazioni contadine. Insomma, un vero e proprio programma di transizione ecologica che valuti la questione del clima in tutte le sue interazioni, invece di brandire l’agricoltura come vettore della soluzione globale utile a tutti. Sicuramente, un cambiamento internazionale dell’attività agricola in questi termini sarebbe benefico per i terreni, per le risorse idriche, per la biodiversità e per la salute dei consumatori, ma ha senso solo se si lasciano le risorse fossili nel terreno.

Il testo dell’accordo non menziona né i trasporti marittimi né aerei, settori che producono una grande quantità di emissioni di gas serra. Mercoledì scorso, le lobby dei trasporti sono riuscite a far sì che la presidenza francese privi volontariamente il progetto di accordo di qualsiasi riferimento ai trasporti marittimi (il 90% del traffico mondiale di merce) e aerei.

Le questioni sensibili 

SONY DSCLe divergenze tra i Paesi partecipanti si concentrano su quattro questioni cruciali.

La prima è la differenziazione, ossia il riconoscimento di una responsabilità differenziata, nelle politiche da mettere in atto per affrontare la sfida relativa al clima. Differenza che si staglia principalmente tra Paesi grandi produttori storici di gas a effetto serra (Paesi industrializzati) e Paesi in via di sviluppo (poco o per nulla industrializzati ma, nonostante questo, principali vittime del riscaldamento globale). Tra i due, i Paesi emergenti (India, Cina, Brasile, Sudafrica).

Il secondo è il finanziamento delle politiche climatiche. Il denaro è il punto più critico dei negoziati. Fino al 2013 abbiamo distinto due linee di credito: il denaro per ridurre le emissioni di gas serra (transizione energetica) e il denaro per adattarsi al nuovo clima (infrastrutture, agricoltura compatibile con il clima, ecc…). Alla conferenza di Varsavia, i “Paesi più vulnerabili” – ossia quelli che stanno già sperimentando la violenza fisica del cambiamento climatico (siccità, cicloni, inondazioni, immersioni marine…) e che sanno che il peggio deve ancora venire – hanno ottenuto il riconoscimento delle “perdite e dei danni” subiti sotto i colpi degli eventi climatici. Quest’ultima opzione finanziaria è stata rifiutata da alcuni Paesi (Australia, Canada, Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda, Svizzera).

Il terzo punto di disaccordo è la revisione periodica degli impegni per rimanere fedeli al progetto di limitare l’aumento della temperatura tra l’1,5°C e i 2°C. In effetti, aspettare 10 anni per valutare i progressi della riduzione delle emissioni di ogni Paese fa diminuire le probabilità di successo, perché abbiamo ancora meno tempo per raggiungere l’obiettivo.

La quarta area di disaccordo è il livello di ambizione. Per la prima volta tutti i Paesi si sono ritrovati a Parigi presentando il loro impegno a ridurre le emissioni di gas serra (escluso il Venezuela). Il problema è che la totalità di questi impegni (che non sono altro che promesse senza costrizioni) non riduce abbastanza le emissioni antropiche e ci porta comunque a un aumento delle temperature di 3°C alla fine del secolo. Vale a dire l’annuncio di un caos climatico pieno di conseguenze sociali ed economiche.

Rapporti di forza

Nel Nord del mondo, l’Unione Europea è in prima linea nelle politiche climatiche, ma, a differenza dei precedenti vertici dove eccelleva nel multilateralismo, Parigi brilla per l’assenza di un’offensiva diplomatica. Dobbiamo cercare le ragioni della sua mancanza di coesione, sotto i colpi della scettica Polonia sulle questioni del clima, della salita al potere del populismo e dell’estrema destra, della personalità di Miguel Arias Canete, commissario europeo per l’energia e il clima, e forse anche dei capricci delle relazioni franco-tedesche. Gli Stati Uniti, che sembrano aver preso, almeno nelle dichiarazioni di Barack Obama e John Kerry, la strada del volontarismo climatico, sono limitati da un Congresso che rifiuterà qualsiasi accordo vincolante. La Russia di Vladimir Putin si accontenta di un gioco di prestigio con le sue cifre: ha spostato la data dei suoi obiettivi dal 2020 al 2030, includendo le foreste nei suoi calcoli, insomma, niente di affidabile (e in ogni caso la Russia è ossessionata dalle possibilità di esplorazione petrolifera e mineraria offerte dal disgelo artico).

Sotto la pressione dell’inquinamento dell’aria causato dalle sue centrali di carbonio, la Cina ha fatto grandi sforzi per ridurre le emissioni di gas serra e ha compreso le opportunità economiche dello sviluppo delle energie rinnovabili. Non intende però accettare vincoli internazionali e non accetta il fatto che l’Onu si intrometta nei suoi piani quinquennali, dichiarando di raggiungere il picco di emissioni di CO2 entro il 2030. L’India emette una quantità minore di CO2 pro capite rispetto alla Cina. Il suo vero problema è rappresentato dalle centinaia di milioni di persone in condizioni di povertà e dai 300 milioni di persone senza elettricità nelle aree rurali. Il Governo di Narendra Modi intende far arrivare la corrente elettrica in tutto il Paese, con il solare se la comunità internazionale contribuirà al finanziamento e al trasferimento di tecnologie senza brevetto. Altrimenti questo avverrà con il carbonio. Il Brasile ha invece una posizione molto simile all’Unione Europea per il suo impegno verso il multilateralismo. Ha annunciato di essere disposto a fare sforzi e ad accettare il gioco dei vincoli, ma sembra più ambizioso alla COP21 che nella realtà, dove il Paese continua con la deforestazione e l’intensificazione agricola. Il Sudafrica, il Paese più inquinante di tutto il continente a causa del suo uso di carbonio, ha impegni inferiori rispetto al necessario, chiede il finanziamento del passaggio energetico verso energie rinnovabili… e di centrali nucleari. Il gruppo di Paesi più vulnerabili, composto da 20 nazioni (stati insulari ma anche Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Costa Rica, Etiopia, Ghana, Kenya, Madagascar, Nepal, Ruanda, Tanzania, Vietnam) combatte per un aumento della temperatura media di 1,5°C. Questi Stati sono altrettanto esigenti sui meccanismi di finanziamento internazionale: chiedono la distribuzione 50/50 tra la riduzione di emissioni e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Hanno bisogno di aiuti economici per adattare le loro infrastrutture e far fronte al dislocamento della popolazione. Questi aiuti economici a fondo perduto per gli investitori privati non possono arrivare che dai Paesi ricchi e, ai loro occhi, non possono essere confusi con gli aiuti economici elargiti per “le perdite e i danni”. Il gruppo di nazioni, che è stato denominato V20, dovrebbe stabilire lo standard delle misure da prendere: siamo ancora lontani.

Infine, il campo dei malvagi irriducibili si restringe ai Paesi produttori di petrolio che sono sia cinici, come i Paesi del Golfo che vogliono estrarre petrolio fino all’ultima goccia e non vogliono assolutamente contribuire ai finanziamenti internazionali per adattarsi, sia manipolatori, come il Venezuela che parla come se fosse un Paese del Sud e poi propone di bloccare tutte le limitazioni dei suoi proventi del petrolio. Questi Paesi sono fortemente contrari a qualsiasi riferimento al prezzo del carbonio nel testo dell’accordo. Alla fine, tale cocktail di contraddizioni non fa altro che portare a una soluzione dal sapore insoddisfacente. Siamo di fronte ai limiti storici del governo mondiale. I limiti di dialogo tra Stati. Ma sappiamo anche bene che solo un meeting organizzato dall’Onu è lo spazio dove il Malawi o il Vanuatu possono prendere la parola e avere la stessa importanza degli altri di fronte all’Unione Europea, gli Stati Uniti o la Cina.

Quando sarà organizzato un incontro all’Onu dove sarà rappresentata anche la società civile? Questo potrebbe essere incluso nella prima bozza o essere una parte a sé o ancora un secondo accordo…

Gilles Luneau

giornalista

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