Terremoto, l’Appennino dimenticato vuole il suo riscatto

Il terremoto nei territori dell’Italia appenninica centrale è un fenomeno con cui fare i conti e, possibilmente, convivere. Di generazione in generazione.

Non più tardi di qualche giorno fa, il 16 agosto, una forte scossa – per fortuna senza danni a persone – ha colpito il Molise: avvertita anche a molti chilometri di distanza ha rievocato in maniera diffusa su tutto il territorio nazionale, a una opinione pubblica già scossa dai tragici eventi di Genova, il ricordo di due anni addietro.

Già, perché altrove dopo la solidarietà e la partecipazione, sulla distanza, inevitabilmente rimane il ricordo; ma nelle zone di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo dal 24 agosto 2016 lentamente ma inesorabilmente si fanno i conti con un cambiamento che in alcuni casi assume i connotati del definitivo abbandono.

Tra le quattro regioni interessate, è nelle Marche che si stanno determinando i problemi più grandi a causa della maggior vastità di territorio colpito, soprattutto nella seconda ondata di fenomeni sismici, quella di ottobre.

Da Tolentino con i suoi tanti sfollati, a Camerino che ha perso insieme al proprio centro storico, anche le attività economiche legate all’Università, da Visso con la sua consolidata economia legata all’agroalimentare – e oggi pressoché dispersa – fino ad Arquata e alla sua distruzione.

In tutta l’area del cratere faticosamente stanno cercando di riattivarsi le piccole attività economiche (artigianali, soprattutto, ma anche quelle legate al turismo, come la ristorazione) molto spesso sostenute da una rete di solidarietà che – va detto – ancora fa sentire la sua discreta e costante presenza.

Caparbiamente, ma in modo disarticolato, si cerca tuttavia di tenere insieme le reti sociali, per evitare che si deteriorino le relazioni e scompaiano col tempo le motivazioni alla permanenza, aprendo di fatto il varco alla dissoluzione di intere comunità.

La ricostruzione è sostanzialmente ferma, vittima delle complicazioni burocratiche che connotano la nostra amministrazione pubblica, fanno invece capitolo a parte le azioni di aiuto intraprese dai privati che però hanno l’inevitabile svantaggio di essere applicate senza un criterio condiviso, sulla scorta di canali che sfuggono ad una regolamentazione coordinata.

C’è da chiedersi perché ancora oggi davanti a questi eventi che, come si diceva in apertura, sono parte della natura geologica e del vissuto di questi luoghi, non sia possibile riuscire a realizzare un intervento “centrale” organico che metta al primo posto – dopo la messa in sicurezza – la ripresa delle attività produttive locali in ambito agricolo, agroalimentare e del turismo o la programmazione concreta di nuove, compatibili e sostenibili opportunità.

Nell’indeterminatezza di un futuro lavorativo, è naturale che chi ha avuto il destino di essere coinvolto in simili catastrofi non possa attendere anni per decidere se andar via o restare.

E così l’Appennino, che già soffre di altri endemici problemi, vede allontanarsi definitivamente, assieme alle proprie genti, anche la possibilità di un riscatto e di una prospettiva.

Sonia Chellini

s.chellini@slowfood.it

La Buona Strada: Slow Food Italia per le aree terremotate

Nato all’indomani del sisma del 2016, a seguito di incontri svolti con le comunità e le amministrazioni locali, il progetto di Slow Food Italia “La Buona Strada” procede con determinazione. Ѐ in allestimento il primo “negozio mobile” realizzato con parte dei proventi della raccolta fondi e destinato alla vendita dei prodotti dei contadini e allevatori delle aree colpite. Ѐ ormai a pieno regime l’attività del Mercato della Terra di Comunanza (AP) inaugurato grazie al progetto ed è stata costituita la Cooperativa di Comunità che gestisce le attività di coordinamento tra produttori.

Puoi sostenere il progetto con un bonifico sul conto
IT 46 R 02008 46041 000101797850
intestato a Slow Food Italia, inserendo nella causale: Progetto “La buona strada”

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