La produzione di carne industriale divora il pianeta

Il messaggio di Slow Meat, la campagna Slow Food per un consumo di carne consapevole ed equilibrato, è molto semplice: “mangiamo meno carne ma di qualità migliore”. L’industria della carne invece ha una visione  opposta che mostra un palese disprezzo per il benessere del consumatore, degli animali e degli agricoltori. In questo articolo, Stefano Liberti, autore e amico di Slow Food, esplora uno dei maggiori problemi della produzione industriale di carne, ovvero la sovrappopolazione di animali allevati per alimentare la catena del cibo.

Secondo le previsioni della FAO, nel 2050 saremo sulla Terra nove miliardi, circa un miliardo e mezzo in più rispetto a oggi. Questo incremento esponenziale ci pone di fronte alla sfida colossale di trovare le risorse per sfamare tutti in modo dignitoso. Ma l’accento posto sull’aumento della presenza umana sul pianeta rischia di far passare sotto silenzio un altro tipo di sovrappopolazione, persino più problematica: quella animale. Sul pianeta ci sono costantemente 25 miliardi di animali d’allevamento (circa 70 miliardi è il numero di quelli uccisi nel corso di un anno). Sono polli, maiali, bovini, ovini, conigli, tacchini cresciuti prevalentemente nei cosiddetti allevamenti intensivi. Se l’aumento del consumo di carne segue il ritmo attuale, con l’accesso al modello alimentare occidentale da parte di popolazioni numericamente importanti come la Cina, nel 2050 dovremo allevare 120 miliardi di animali l’anno.

Le bestie chiuse nei capannoni devono essere nutrite: per questo, milioni di ettari di terreno sono coltivati a cereali (mais) e semi oleosi (soia) e sottratti alla coltivazione per il consumo umano. Secondo stime dello studioso canadese Tony Weis, un terzo delle terre arabili nel mondo è utilizzato per la zootecnia.

Oggi in Cina ci sono 700 milioni di maiali, la metà della popolazione suinicola del pianeta. Per la loro alimentazione (insieme a quella dei polli, il cui consumo nel paese asiatico è aumentato di sette volte dal 1980 a oggi), vengono importati 80 milioni di tonnellate di soia, prevalentemente da Brasile e Stati Uniti. In termini di resa si tratta di uno spreco monumentale: per produrre la stessa quantità di proteine, la carne di maiale consuma nove volte più terreno di quanto faccia la soia per il consumo diretto umano.

Gli animali chiusi nei capannoni inquinano. I loro resti devono essere smaltiti: negli Stati Uniti gli allevamenti generano una quantità di liquami 13 volte superiore rispetto a quelli della popolazione residente. In alcuni stati produttori, come ad esempio il North Carolina, le deiezioni dei suini sono raccolte in laghi di smaltimento a cielo aperto che vengono svuotati mediante spruzzamento sui campi circostanti. “Solo in questo stato, è come se l’intera popolazione della California urinasse e defecasse ogni giorno in un lago”, riassume efficacemente Rick Dove, attivista dei waterkeepers di Bern, North Carolina, che denunciano l’inquinamento degli allevamenti intensivi.

Da noi ci sono legislazioni ambientali più stringenti, ma il dato di fondo non cambia: per nutrire gli 8 milioni di suini presenti in Italia, i 500 milioni di polli da carne, i 50 milioni di galline ovaiole e i sei milioni di bovini (mucche, bufali e vitelli) importiamo tonnellate di mais e soia. La pianura padana, dove sono concentrati gli allevamenti intensivi, è pesantemente inquinata. La carne industriale è la principale responsabile dell’inquinamento e del consumo di risorse. In un pianeta sempre più sovraffollato, l’allevamento intensivo e la sovrappopolazione animale appaiono questioni ineludibili, da affrontare con urgenza in un dibattito il più serio e approfondito possibile.

La produzione industriale di cibo è responsabile di gran parte delle emissioni di gas serra che stanno stravolgendo il clima. Ma a partire dal cibo, possiamo individuare le soluzioni possibili. E questo l’obiettivo di Slow Food che con Menu for Change ha avviato una campagna di raccolta fondi e comunicazione che mette in relazione cibo e cambiamento climatico. Vogliamo raccontarvi come il riscaldamento globale sta mettendo in difficoltà le nostre comunità contadine e come insieme a Slow Food stiano trovando le soluzioni. Ogni contributo fa la differenza, aderisci a Menu for Change, sostieni Slow Food. Dona ora.

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