Starbucks, non siamo mica gli americani

Se la macchietta dell’americano a Roma di Alberto Sordi rinascesse oggi, al posto dell’hamburger con senape e mostarda lo vedremmo ingegnarsi a preparare il vero caffè americano “alla Starbucks”, magari con il laptop sulle ginocchia e un iPhone pronto a instagrammare la tazzona d’ordinanza.

Del resto cosa c’è di più consono allo stereotipo dell’italiano medio di una certa esterofilia ostentata, che dal Nando Meliconi di Albertone al paninaro di Drive In si compiace di esibire la propria estraneità all’eterno Strapaese e a tutti i suoi ridicoli provincialismi “da italiani medi”. Perché l’italiano medio, si intende, è sempre qualcun’altro.

Su Twitter – e non solo – la notizia del giorno è l’inaugurazione del primo Starbucks in Italia. Impazza l’hashtag #starbucksmilano e i commenti ovviamente si sprecano. Ma i più indispettiti non sono affatto i cultori dell’espresso nazionale e i puristi che inorridiscono solo a vedere allungare con acqua un caffè (tranquilli, capita perfino nel nostro ufficio…!).

La rivolta dei cinguettii questa volta parte proprio dai più accaniti fan di Starbucks, quelli che aspettavano l’ora fatidica del caffè lungo in tazza grande, con il nome del cliente scritto a pennarello e i muffin di contorno.

Se siete tra quanti hanno in programma un pellegrinaggio all’ombra della Madonnina per vedere di persona la Mecca del frappuccino, scordatevi tutto questo. Il primo Starbucks tricolore non serve il celebre caffè freddo brevettato dall’azienda di Seattle, né i muffin, né le ciambelle glassate, e nemmeno le tazze col logo verde che sono l’emblema della catena in tutto il mondo.

Il locale della centralissima piazza Cordusio, proprio di fronte a dove si trovava un McDonald’s chiuso ormai dal 2011, sorge nell’ex palazzo delle poste e sembra voler essere ancora più italiano dei nostri caffè storici.

Nel centro dello spazio da 2300 mq si erge una tostatrice Scolari, prodotta a pochi chilometri da Milano. Sulla destra c’è il bar principale, tutto in legno e marmo proveniente dalle cave della Toscana.

Anche i prezzi, va detto, tengono il passo con l’eleganza del posto e sono tutt’altro che alla buona: secondo quanto riferisce Wired, un espresso viene 1,8 euro, il cappuccino costa da 4,5 a 5,5 euro (a seconda delle dimensioni), il marocchino 3,5 euro. Al cocktail bar, un drink arriva a costare fino a 20 euro.

Quello di Milano, spiega l’azienda, non è un punto vendita qualunque. Si tratta infatti di una “reserve roastery”, ovvero una caffetteria-torrefazione di lusso. Di Starbucks come questo, che è anche il più grande in Europa, ce ne sono soltanto tre al mondo – gli altri due sono a Shanghai e nella casa madre di Seattle.

Il senso dell’intera operazione lo spiega l’amministratore delegato Howard Schultz dalle colonne di Vogue: «L’Italia non ha certo bisogno di un altro bar e non sono io a dire “veniamo a insegnare”. Il mio obiettivo è piuttosto proporre un’esperienza complementare a ciò che già esiste: un Teatro del Caffè, si potrebbe dire, per raccontare la nostra interpretazione di un rito».

Insomma, le prime ambizioni non sono proprio da colonizzatori. Anche perché con lo stile italiano del caffè, a dar retta alle leggende, Starbucks ha più di qualche debito di riconoscenza.

Il primo punto vendita nasce nel 1971 a Seattle dall’idea di due insegnanti d’inglese, Jerry Baldwin e Zev Siegl, e un aspirante scrittore, Gordon Bowker. Sono questi appassionati bibliofili a battezzare il futuro colosso con il nome del primo ufficiale del Pequod comandato dal capitano Achab, immortale protagonista di Moby Dick.

Quando nell’agosto 1987 l’allora giovane direttore del marketing rileva la quota di maggioranza dai tre soci fondatori la catena conta appena undici punti vendita. Diventano 1886 nel 1998. Dieci anni dopo sono 16.680. Oggi se ne contano circa 28 mila in 77 nazioni (i bar in Italia, per dare un termine di paragone, sono 141 mila).

La Starbucks odierna dà lavoro a 350mila dipendenti, utilizza quattro miliardi di tazze usa e getta e circa 605 milioni di litri di latte all’anno.

Schultz attribuisce il merito della scalata proprio ad un’intuizione avuta più di trent’anni fa durante un viaggio a Milano. In Italia scopre appunto “il rito del caffè”, l’idea del bar come ambiente intimo e accogliente dove trovarsi anche soltanto per qualche chiacchiera.

Ora, dopo aver rimandato per tre decenni l’ingresso nella patria dell’espresso, Starbucks sembra voler copiare perfino il gusto e l’aroma della tazzina all’italiana. Parafrasando il titolo di una vecchia commedia, viene da rispondere: “venga a prendere il caffè da noi”.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo