Stalle big size: a Modena c’è chi dice no

Il settore zootecnico ha cambiato radicalmente volto in Europa negli ultimi decenni. Nei paesi Ue tra gli anni ’80 e il primo decennio del secolo, il numero degli allevamenti da latte, un tempo generalmente di piccole dimensioni, è diminuito dell’80%.

Una perdita enorme. Per stare sul mercato la dimensione delle aziende da allora in poi è aumentata costantemente[1]. Questa trasformazione è in corso in tutti i paesi industrializzati, e si traduce nella crescita di stalle da molte centinaia di capi.

Non lasciamo il futuro ai giganti

Negli Stati Uniti le aziende zootecniche con più di 1000 vacche da latte negli ultimi vent’anni del secolo scorso sono aumentate del 265%, ora sono più di 2000 e producono la metà del latte prodotto negli USA[2].

In Cina il 29% del latte nazionale si munge in 25 aziende che allevano circa 68 000 capi ciascuna[3].

In Italia, il 3% delle aziende da latte alleva in stalle da più di 500 capi, dove sono stabulate il 24% delle vacche lattifere del nostro paese[4]. Triplicate in dodici anni, passando da 56 aziende a 164[5].

Il futuro sembra quindi appartenere ai giganti. Da questo punto di vista la vicenda dell’azienda Hombre, produttrice di Parmigiano-Reggiano, che sta suscitando a Modena la protesta di alcune associazioni locali, in seguito alla richiesta di ampliamento dagli attuali 650 a 1200 capi, non dovrebbe fare notizia. Le sue 1200 frisone si sommerebbero, però, a un parco zootecnico già piuttosto pesante sul territorio.

L’appello delle organizzazioni ambientaliste

L’Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE), Legambiente, Italia Nostra, LAV e altre associazioni locali chiedono all’amministrazione comunale di riflettere su una scelta che potrebbe peggiorare ulteriormente la qualità dell’aria e delle acque di Modena, già compromesse dalle emissioni e dalle deiezioni della zootecnia locale.

A sostegno della sua protesta, la coalizione riporta, tra gli altri, i dati dell’ISGlobal Ranking of Cities, curato dal Barcelona Institute for Global Health, che pone la città al 50°posto su 858 città europee per mortalità da PM2,5, oltre che al 79° posto per NO2 (biossido di azoto).

Che cosa sta succedendo a Modena

Insomma, a Modena tira una brutta aria. Il PM2,5 è il particolato secondario più fine, il peggiore, quello che si caccia a fondo nei bronchi causando asma, bronchiti, enfisema, allergie, cancro, malattie cardio-circolatorie. Per capire in termini concreti cosa significa per la popolazione, basti dire che Modena avrebbe potuto evitare 197 morti l’anno[6], se avesse rispettato i limiti stabiliti dall’OMS (5 μg/m3 di aria per le PM2,5). I dati si riferiscono al 2021: quando l’aria di Modena conteneva una concentrazione media annuale di 21,3 μg/m3 di PM2,5.

Il particolato atmosferico secondario si forma soprattutto dall’ammoniaca prodotta dalla decomposizione delle deiezioni degli animali sparse sui campi, nel momento in cui reagisce a contatto con altri composti nell’aria.

Secondo un report dell’Arpae dell’Emilia-Romagna, la zootecnia contribuisce al 98% delle emissioni di ammoniaca, oltre a contribuire in modo sostanziale alle emissioni di metano (per un 45%) e di protossido d’azoto (per l’86%)[7].

L’anagrafe nazionale zootecnica riporta un aumento nel tempo degli allevamenti nella Asl di Modena: negli ultimi dodici anni sono passati da 307 a 431, e i capi allevati sono cresciuti da 38.208 a 71.003. Se si aggiungono i circa 7000 bovini da carne, i 260.000 suini e il milione di avicoli, si può capire perché la comunità inizi a non poterne più[8].

Hombre, naturalmente, non sarebbe l’unica azienda ad avere queste dimensioni.

In questo contesto però rappresenta anche altro. È una storica azienda biologica e le nuove stalle che andrà a costruire garantiranno alle sue vacche frisone più di 15 mq a capo, spazio più ampio di quello previsto dal regolamento bio, e le lettiere saranno a compost barn, un sistema che riduce moltissimo i liquami e quindi le emissioni di ammoniaca. Nella nuova stalla agli animali sono riservate indubbiamente condizioni migliorative rispetto alle attuali.

Eppure qualcosa stride comunque. 1200 capi non si confanno al modello produttivo biologico, che sottende un rapporto armonico con il territorio e il rispetto della biodiversità. Queste dimensioni consentiranno all’allevamento di entrare realmente in “relazione” con l’ecosistema circostante? 16 addetti, distribuiti in turni, potranno gestire 1200 bovini con attenzione, cura, riusciranno a stabilire un “rapporto” con gli animali in grado di far loro cogliere i reali bisogni dei bovini?

Gli animali non sono fabbriche di latte

Gli animali non sono semplici mezzi di produzione. Osservare gli animali su uno schermo grazie a una videocamera, tenere d’occhio un grafico, manovrare un carro, è curare, è allevare?

Senza contare che la ristrutturazione (rifacimento di stalle, costruzioni collegate all’allevamento, caseificio…) comporterà una colata di cemento che sigillerà il suolo compromettendone la vitalità.

La concentrazione produttiva, che sembra essere un percorso inesorabile per il latte padano, vale anche per il biologico?

In un contesto in cui la stragrande maggioranza delle aziende zootecniche intensive offre condizioni di allevamento gravemente insufficienti sotto il punto di vista del benessere animale, dove le vacche vivono in ambienti non adeguati, senza accesso a spazi aperti (raramente al pascolo), alimentate con soia Ogm e spinte al massimo della loro potenzialità produttiva, trattate con antibiotici per sostenere ritmi produttivi che le sfiniscono in tre anni tra mastiti, zoppie, cali di fertilità, le associazioni hanno ragione a voler entrare nel merito, a chiedere di essere ascoltate. È il segno di una consapevolezza crescente della società civile sui temi ambientali, hanno messo il dito nella piaga.

Hombre probabilmente non è però il bersaglio migliore da mettere nel mirino e c’è molto su cui ragionare.

Più lo osserviamo e più il caso Hombre sembra qualcosa di molto vicino a un laboratorio in cui confrontarsi sul futuro dell’allevamento, in questa regione e non solo.

L’obiettivo di ridurre le emissioni del nostro paese non è né semplice né praticabile in tempi brevi. Ma può essere raggiunto solo se si riesce a stabilire un confronto con quel pezzo del mondo produttivo disponibile a investire sul cambiamento.

Per questo pensiamo sia fondamentale che il Comune di Modena coinvolga la società civile e tutti gli attori in campo nella discussione prima della decisione finale: perché una soluzione più soddisfacente ci deve essere, e si può trovare solo nel dialogo che avvicina le posizioni.

 

 

[1] https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2018/630345/EPRS_BRI(2018)630345_EN.pdf

[2] https://www.ers.usda.gov/webdocs/publications/98901/err-274.pdf

[3] https://www.dairyglobal.net/world-of-dairy/farm-visits/going-bigger-big-scale-dairy-farming-a-main-trend-in-china/

[4] https://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3521

[5] https://www.vetinfo.it/j6_statistiche/#/report-pbi/1

[6] https://isglobalranking.org/city/modena/

[7] https://www.arpae.it/it/dati-e-report/report-ambientali/annuari-dellemilia-romagna/dati-ambientali-2020-la-qualita-dellambiente-in-emilia-romagna

 

[8] https://www.vetinfo.it/j6_statistiche/#/report-pbi/1